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Il segno del Campana: Simone Campanini e il Drago nel cuore

Il segno del Campana: Simone Campanini e il Drago nel cuore

Tempo di lettura: 9 minuti

Il segno del Campana dal Drago: Simone Campanini, contradaiolo di razza

Ci sono persone che vivono il Palio. Poi ci sono persone che sono il Palio, nel senso più corporeo, rumoroso, contraddittorio e umano del termine. Simone Campanini, detto il Campana dal Drago, appartiene alla seconda categoria. Non è mai stato sul dorso di un cavallo in Piazza del Campo, eppure è stato dentro a ogni Carriera che conta nella storia recente della sua Contrada come se ci fosse. Da ragazzino con la montura troppo lunga, da Tamburino che piange alla Cappella di Piazza, da barbaresco che porta i cavalli giusti nei momenti giusti, da contradaiolo che affronta la malattia con lo stesso nerbo con cui ha sempre affrontato la vita: sempre presente, sempre riconoscibile, sempre — come dicono a Siena — con un cuore che fa provincia.

Sangue di Drago: la famiglia Campanini

Prima ancora di Simone, c’è suo padre Gianfranco, personaggio riservato e schivo come solo certi senesi sanno essere, che entra nella storia del Drago attraverso i fatti, non le parole. Gianfranco porta in contrada due “bomboloni” — i Palii vinti — nell’estate del 1964 con Arianna e nel 1966 con Topolona. Quando Simone gli chiede di quei tempi, la risposta è quella di chi ha vissuto davvero: «Per farlo parlare bisogna metterlo a sedere e spingerlo». Un palio diverso, fatto di tre o quattro amici che andavano a prendere il cavallo senza cortei, senza comparse, senza il peso delle aspettative collettive che avrebbe schiacciato i decenni successivi.

Simone cresce in quel mondo. Cresce nella contrada piccola — il Drago è sempre stata una realtà circoscritta — che negli anni si allarga verso San Prospero, verso Viale 24 Maggio, verso le nuove famiglie che arrivano e trovano il fazzoletto sotto la porta appena nasce un figlio. Cresce sapendo che nella Contrada ci si conosce tutti, che le vittorie tirano le persone e i digiuni le sfrondano, e che il sangue si porta nel cognome: il lupo è un cacagnelli, come si dice in Toscana.

La formazione: tamburi, spilli e monture troppo lunghe

Simone entra in Piazza del Campo per la prima volta nel luglio del 1984, a quattordici anni, vestito nel Popolo, con i coetanei della sua leva: il Bonelli, i Lonzi, il Fanetti, il Fiorenzani. La montura da tamburino è troppo lunga. Ci vorrà Antonio Trifone — leggendario dragaiolo, il babbo di tutti, uno che sbraitava, ma aveva un cuore che bastava per la Contrada intera — ad accorciargliela con gli spilli apposta, e a portarlo in piazza il 2 luglio 1985. Ha quindici anni. Gli Alfieri di quella sera sono Fabio Fioravanti e Sandro Lonzi. L’emozione è quella precisa, fisica, irripetibile di chi entra per la prima volta in Piazza e sente il Campo come qualcosa di più grande di sé.

Da lì in poi il Campana diventa una presenza fissa nella comparsa del Drago, anno dopo anno, dentro a Palii vincenti e a disfatte cocenti, a carriere perse per un cavallo pazzo e a vittorie che sembravano impossibili fino a due ore prima.

Gli anni del digiuno visti da bambino

Simone cresce nei Palii sfortunati del Drago, quelli del ’79 e dell’80, quando aveva nove e dieci anni. Sono ricordi di bambino, ma precisi come solo certi dolori sanno essere. Il Palio del ’79 lo ha segnato: il Drago poteva vincere, ma il fantino Renato Monaco fece il prepotente con il Congiu della Civetta, che se ne ricordò al momento giusto e non lasciò spazio. Anni dopo, Simone lo scoprì direttamente: invitato a cena dalla Civetta, si ritrovò accanto proprio al Congiu, e gli chiese la verità sul ’79. «L’ordine non era quello di vincere il Palio, era quello di non far vincere il Leocorno», gli rispose. Monaco aveva sbagliato con lui, e lui aveva reso pan per focaccia. Il Palio è una ruota, come dice Simone. Ma certe ruote girano lente.

L’80 fu anche peggio, per altri motivi. Il cavallo toccato al Drago era Rimini, un cavallo non allenato, con un fantino — sempre Monaco — che nessuno voleva davvero in sella. Al primo giro cadde, scappò verso piazza della Posta e ne prese quante un ciuco. Nel frattempo, l’alleanza con la Selva si era rotta dopo i fatti del dopopalio dell’anno prima. Anni di magra, insomma — e Simone li ricorda uno per uno, con la memoria di chi ha sofferto sul serio.

La partita a boccette che valeva il cavallo

La storia del luglio 1986 è quella che i dragaioli di una certa età conoscono a memoria, ma che vale la pena sentire dalla voce di chi c’era. Il Drago era a digiuno da vent’anni. Simone aveva appena compiuto — o stava per compiere — sedici anni. La sera del 27 giugno il capitano Ghigo Giannelli lo avvicinò a Camporegio e gli propose una partita a boccette alla senese. La posta in gioco: chi vinceva, l’indomani andava a prendere il cavallo.

Ghigo giocava bene, e probabilmente Simone lo sapeva. Eppure riuscì ad arrivare a trenta pari. A quel punto toccava bocciare a Giannelli. Tirò, fece finta di scivolare, bevve sei punti, e perse di proposito. «Te sei proprio buono», gli disse Simone. «Domani va a pigliare il cavallo.», rispose Ghigo. Arrivò subito lo spumante — era anche il suo compleanno —, e Simone si ritrovò a fare una cosa che non capita a tutti: portare il cavallo al Palio della propria contrada a sedici anni, minorenne, con il permesso scritto del babbo.

Il cavallo toccato fu Ogiva — non uno dei tromboni conclamati di quella carriera, che erano Figaro, Brandano, Baiardo, Benito e Amore. Ci fu un momento di gelo alla cappella. Simone cominciò a piangere. Paolo Tognazzi si levò la maglietta e la strizzò: «Ovvia, ora si beve e poi si va ad allenarsi.» Alla fine il Drago vinse, con Roberto Falchi in sella a Ogiva — un cavallo potente, ma arrivato in Stalla che andava tutto storto, che al secondo giro perse il ritmo, si fermò quasi, ma poi ripartì da solo come se avesse deciso lui e fece una delle rimonte più epiche di cui si ha traccia visiva da quando ci sono i filmati.

Simone è sul palco delle comparse quando arriva la bandiera. Si appoggia a lui il Miraldi Alfiere, lui si ribalta, cade, arriva ultimo a prendere il Palio. E nella foto del Numero Unico, in fondo alla Comparsa del Drago schierata al Casato, si vede lui col tamburo, e uno del Leocorno che gli dà un bacio.

Vent’anni di digiuno, finiti nella notte del 2 luglio 1986, con le bottiglie di spumante già pronte e i morti di Montaperti che — secondo la magata della notte prima — avevano ascoltato.

Il 1989 di Benito, il Bruco e una Siena diversa

Agosto 1989: Benito tocca al Drago per la seconda volta. Grande vittoria, galoppata leggendaria. Ma la sera porta con sé uno di quegli episodi che appartengono alla memoria vera di Siena, quella che non finisce sui libri ma che i contradaioli si raccontano nei cortili.

Simone quella notte è nel Bruco — perché a Siena, fino a qualche decennio fa, si andava a bere in qualsiasi contrada, anche quella rivale. Ci si conosceva. Si discuteva di Palio insieme. Daniele Lorenzini del Bruco gli dà un passaggio in moto a San Prospero alle due di notte, si fa una scommessa sul Palio, si ride. È una Siena che la globalizzazione ha cancellato: piccola, intrecciata, capace di rivalità feroci e amicizie sincere nello stesso respiro. «Ora non usa più questa storia», dice Simone con quella malinconia sobria di chi sa che alcune cose non tornano.

Poi, col caldo ancora addosso della Vittoria, qualcosa si rompe. Cominciano gli screzi, poi il parapiglia in Corso, poi i carabinieri, l’ambulanza, gente con la testa rotta. Una rissa brutale nata da niente — da una parola detta male tra due persone che ci lavoravano insieme, da trentatré anni di digiuno del Bruco che premono come una caldaia. Seguirà un processo, un’accusa di violenza a pubblico ufficiale, un’assoluzione in appello anni dopo a Firenze, con Carlo Saracini e l’avvocata Vera Benini. Una storia che costa cara, in tutti i sensi. E che Simone racconta senza vittimismo, senza rancore, con quella lucidità di chi ha capito da dove veniva il torto — «da tutte e due le parti» — e ha saputo, col tempo, ricostruire le amicizie.

Il processo durò anni, costò caro — anche in termini di fiducia nelle persone — e lasciò l’amaro in bocca non tanto per la vicenda in sé, quanto per il comportamento di chi testimoniò il falso per tornaconto proprio. «Quando si entra in quelle tegamate lì, si hanno delusioni atroci da persone che si credono amiche», dice.

Il 2014: il fioretto, la chemioterapia e Morosita

C’è un momento nella storia di Simone Campanini che chiede rispetto e silenzio prima di essere raccontato. È l’agosto del 2014. Simone è sotto chemioterapia. È gonfio, fa fatica a respirare, eppure è lì, in Piazza, con la montura addosso, a portare Morosita — uno dei cavalli più forti in circolazione in quel momento — alla tratta del Drago. Ci va perché ha fatto un fioretto: se il Drago vinceva, lui avrebbe fatto la tonsura. Il Drago aveva vinto a luglio. E lui, due giorni prima della tratta, si era presentato a Padre Alfredo su una panchina di Via di Camporegio. Il frate — un personaggio, stupendo — gli aveva detto: «Andiamo a bere qualcosa, perché tanto sennò fa buio».

La tratta va bene. Alle quattro del pomeriggio Simone ha ancora la montura addosso. Il Trifone lo cerca per restituirgliela. «Ormai tua per usufrutto», gli dice. È una di quelle scene che non si inventano: un uomo che ha combattuto con il corpo, che ha il polmone operato, che cammina per Siena con la montura del Drago come se fosse un’armatura. E in fondo lo è.

Il Campana, Mistero e la memoria di chi non c’è più

Dentro alla storia di Simone Campanini c’è anche un pezzo di dolore. È il ricordo di Andrea Chelli detto Mistero, fantino del Drago, nipote di Primo Arzilli detto il Biondo. Un ragazzo d’oro, un appassionato di cavalli vero, uno che abitava vicino a Simone a Costa Al Pino e passava al bar. Mistero subisce un infortunio grave durante una carriera che lo segna per sempre: ci provano a rimettergli a posto la gamba, ma quella gamba rimane così. La carriera da fantino di Palio finisce lì.

Poi arriva il buio. Quello che Simone definisce con la delicatezza di chi ha visto cose che non si spiegano: «Chissà che capita a una persona quando ha il buio dentro». Mistero non c’è più. E Simone lo ricorda come si ricordano le persone buone: con gratitudine per quello che hanno dato, con il dispiacere di chi avrebbe voluto essere ancora più presente, con una foto del Montone sul telefono che ogni tanto mandava, tanto per dire ci sono, ti penso.

È questo il Palio che Ricordi di Palio vuole conservare: non solo le vittorie e le cavalcate, ma anche le amicizie spezzate, le luci spente troppo presto, il filo sottile tra il coraggio e la fragilità.

Quello che resta

Simone Campanini ha portato il cavallo del Drago alla tratta più volte di quanto ricordi con precisione. Ha visto la sua contrada vincere nel 1986, nel 1989, nel 1992, nel 1993, nel 2001, nel 2014, nel 2018. Ha prestato un orecchino portafortuna a Luca Lorenzetti del Bruco per la tratta dell’agosto 2003 — «questo lo sento, l’ha viste tutte» — e non gli ha chiesto nulla in cambio. Ha fatto il vice-economo, il tamburino, il barbaresco, il bucone. Ha litigato e ha fatto pace. Ha bevuto con tutti e si è scontrato con qualcuno. Ha vissuto il Palio dal di dentro, come pochi sanno fare, con quel misto di sangue, ridere e piangere che è la cifra vera dei contradaioli senesi.

«Il periodo più bello mi sono divertito quando facevo il vice-economo», dice alla fine dell’intervista. Una squadra di contrada, il Trifone economo, lui e il Bistecca e Alberto Luaroni che non ne combinavano una giusta. Era bello lo stesso.

Forse è proprio questo il senso di tutto: che il Palio non è solo la Piazza, i cavalli, i fantini. È anche quella cena ottimistica dopo il Masgalano, la partita a boccette la notte del compleanno, la montura con gli spilli, Padre Alfredo su una panchina. È la vita di una città intera che si riversa in tre minuti di corsa, e poi ricomincia da capo.

Il Palio è una ruota, i contradaioli restano

Quello che emerge dalla puntata di Ricordi di Palio dedicata al Campana è il ritratto di un uomo che ha vissuto la Contrada a tutto campo — nei momenti alti e in quelli bui, con coerenza e qualche contraddizione, come ricorda Michele Fiorini fin dall’inizio della chiacchierata. Un carattere intemperante, sì, ma con «un cuore che fa provincia». Quella formula, semplice e senese, vale più di tante definizioni.

Dietro al Campana dal Drago c’è un contradaiolo vero, con una storia familiare che affonda nel Palio degli anni ’60, con ricordi di bambino costruiti sui Palii persi, con un’adolescenza passata a suonare il tamburo in piazza e a cadere dai palchi delle comparse per l’emozione. E con la consapevolezza, maturata nel tempo, che a Siena si è rivali, ma non nemici — una cosa che si capisce sul serio solo dopo averla vissuta dalla parte sbagliata, almeno una volta.

La puntata completa di Ricordi di Palio dedicata a Simone Campanini, il Campana del Drago, è disponibile sul canale YouTube del progetto. Se hai ricordi o storie che si intrecciano con questa, lascia un commento: ogni voce in più è un pezzo di memoria in più per Siena. 

Buona visione!

Fabrizio Gabrielli

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