I Luschi: quando il Palio passò per le mani di una dinastia
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I Luschi: la dinastia di fantini che segnò un’epoca del Palio
Ci sono storie del Palio che non appartengono a una sola Contrada, ma sembrano stese sul Tufo come una lunga genealogia: padri, figli, fratelli, cavalli, rivalità che attraversano decenni. È il caso dei Luschi, famiglia di fantini originaria di Giuncarico, capace di lasciare un segno profondo nella memoria del Novecento senese grazie soprattutto alla parabola di Ottorino Luschi, Cispa, e alle Carriere del figlio Vieri, Cittino, fino alla fugace apparizione di Mario, Ciaba. La puntata di Ricordi di Palio dedicata a questa dinastia restituisce il sapore di un’epoca in cui il Palio era davvero guerra con onore: nerbate, alleanze, tradimenti, ma anche la dignità di uomini che scendevano in Piazza consapevoli del rischio e del codice che li teneva in equilibrio tra gloria e polvere.
Un debuttante arrivato da Giuncarico
Nel giugno del 1914 arriva a Siena da Giuncarico un ventisettenne reduce da tante “battaglie” in provincia, quelle Corse epiche di allora su barbari senza pietà. Si chiama Ottorino Luschi, e la Contrada della Tartuca lo fa subito debuttare attribuendogli il soprannome Cispa, mentre in alcuni documenti ufficiali viene indicato come Briscola. Nelle batterie di tratta del 29 giugno si mette in grande evidenza su due cavalli mediocri, uno dei quali pare fosse addirittura cieco da un occhio: non ha blasone, ma ha mano, coraggio, lucidità.
Già nell’agosto di quello stesso anno, a pochi mesi dal debutto, Cispa mostra di avere un ruolo non marginale nell’intreccio di rivalità che segnerà la sua carriera. Dirottato dalla Tartuca nella Lupa, si impegna particolarmente — con l’aiuto di Eleuterio Salvucci detto Rombois nel Leocorno — a nerbare Picino nell’Oca, favorendo così la vittoria di Bubbolo per i colori di Castelvecchio. È il primo atto di una rivalità sotterranea e costante con Angelo Meloni, Picino, destinata a riemergere solo negli ultimi spiccioli di carriera di Cispa.
Gli anni della Prima Guerra Mondiale interrompono la continuità del Palio, ma non cancellano né le ruggini né i rancori tra i fantini di punta dell’epoca. Nel 2 luglio 1919, Cispa è l’inatteso protagonista di una Carriera rocambolesca e discussa, passata alla storia come “Palio delle brenne”. I favoriti assoluti sono Picino nella Chiocciola, sulla cavalla Scodata, e Alfonso Menichetti detto Nappa nell’Aquila su una veloce baia marrone del Cambio: tra i due esistono vecchie ruggini pagliesche già dal 1904 e un fortissimo rancore che nemmeno la guerra ha lenito, alimentato — si dice — anche da un’aspra contesa per una donna.
Nei giorni delle prove Picino e Nappa si promettono reciproca battaglia senza esclusione di colpi, e a beneficiarne dovrebbe essere il debuttante Edoardo Furi, Randellone, avvisato che nella Torre monterà la forte Stellina. Cispa, dopo aver iniziato le prove nella Lupa, si accasa nel Leocorno e vince alla grande la seconda prova, consolidando la propria monta. Nella Carriera, Picino e Nappa partono nettamente al comando ma iniziano subito una furente battaglia che culmina al primo Casato, dove cadono entrambi; stessa sorte tocca al distratto Randellone che li segue a pochi metri. Il triplo colpo di scena elimina i favoriti e apre il “Palio delle brenne”: si alternano in testa Selva, Lupa e infine, nel terzo giro, il Leocorno con Cispa e la Giacca che hanno la meglio su Rombois, questa volta nella Tartuca.
Quella vittoria inattesa lancia Cispa nell’olimpo dei fantini: da mare in mano di provincia diventa il fantino che ha saputo approfittare del duello autodistruttivo tra Picino e Nappa, ritrovandosi in testa quando gli altri, più blasonati, sono per terra. Da quel momento la sua presenza nelle batterie della tratta è costante, anche se non sempre si traduce in Carriere: corre nel Listrice nel luglio 1920 e nella Lupa nel luglio 1921, dove chiude terzo, senza che ancora si intuisca che diventerà il vero mattatore degli anni Venti, capace di contrastare in ogni modo il potentissimo Angelo Meloni.ilpalio
L’era di Fanfara
La svolta coincide con l’arrivo a Siena di una baia oscura di Oreste Fiaschi, passata alla storia come Fanfara. Nel luglio 1922 la cavallina debutta nel Valdimontone: Cispa viene chiamato nei Servi a sostituire, alla seconda prova, il mediocre Rombois e da subito dimostra un ottimo affiatamento con Fanfara. La Carriera conferma la netta superiorità del Montone, che vince dominando grazie a un’ottima partenza e alle nerbate di Randellone nel Leocorno a Picino nell’Oca; sul Tufo, Fanfara e Cispa appaiono una cosa sola.
Nel successivo Palio, quello del 16 agosto 1922, la Nobil Contrada del Bruco — cui è andata in sorte Fanfara — riforma senza esitazione l’accoppiata Cispa-Fanfara. Dalla mossa esce primo il Nicchio con Zaraballe, mentre la Tartuca con Giulio Cerpi, Testina, ostacola ferocemente Picino nella Chiocciola con Crognolo, cavallo favorito reduce dal cappotto del 1921. La partenza di Cispa non è brillante, ma recupera, e dopo la caduta di Zaraballe al primo Casato si ritrova a contendere la vittoria a Picino con i due migliori barbari del momento. Fino al terzo giro la Chiocciola sembra avere la meglio, ma al terzo passaggio davanti al palco delle comparse il Bruco sfodera l’attacco decisivo: Cispa e Fanfara conquistano la seconda vittoria consecutiva.
La legenda vuole che subito dopo l’arrivo vittorioso Cispa venga colpito da un brucaiolo inferocito, che gli rimprovera di aver vinto “troppo sofferto” con un cavallo nettamente superiore. È un episodio che rivela quanto nel Palio il rapporto tra fantino e popolo di Contrada sia sempre teso tra gratitudine e pretesa: anche la vittoria può essere messa sotto processo.
La prestigiosa accoppiata Cispa-Fanfara è protagonista per la terza volta di fila nel luglio 1923, quando difende i colori della Contrada Priora della Civetta, contrada nonna dell’epoca, ancora a secco nel nuovo secolo. La Chiocciola investe somma notevole, la Lupa mette cifre sostanziose: i partiti rendono il Palio pesante e la pressione su Cispa è enorme. Da favorito assoluto, il mare in mano si rende protagonista di una Carriera incolore e chiude secondo, dietro alla vittoria della Tartuca con Angelo Serio, Pirulino, su Baglietta. Il dopo Palio è movimentato: Cispa viene salvato dalle giustificate rimostranze, dalla fogata dei civettini, solo grazie all’intervento di un folto gruppo di brucaioli.
Dopo un Palio di assenza, Fanfara tocca al Nicchio nel luglio 1924 e la Contrada si affida ancora a Cispa, nonostante l’anonima prova dell’agosto 1923 nell’Onda. Le prove non convincono, tanto che alla terza viene sostituito da Bubbolo, ma i nicchiaioli capiscono che per Fanfara servono le mani esperte di Cispa: lo richiamano, lo motivano anche con minacce esplicite e pubbliche, e il fantino risponde vincendo alla grande la prova generale. Nel Palio rimane in testa dalla mossa al terzo bandierino, mai impensierito dai tentativi della Tartuca con Randellone sull’Ola e dell’Oca con Picino su Margiacchina: è la quarta vittoria di Cispa, la terza su Fanfara.
Con questo Palio si chiude l’epoca di Cispa su Fanfara: non monterà più la cavallina. Ma il mare in mano, forte di sei presenze complessive sulla baia e di risultati straordinari, è ormai pronto a stringere un legame sempre più solido con la Chiocciola.
San Marco, Margiacchina e l’apice
Gli anni successivi vedono Cispa sempre più legato alla Contrada della Chiocciola, guidata dal munifico marchese Leone de Grolet Virville, senese purosangue nonostante il cognome francese. Nel Palio del 16 agosto 1925 arriva in San Marco il grande partitore Fiorello: la Chiocciola ha vinto anche l’anno precedente e il marchese non vuole difendere, vuole tornare a vincere. Cispa viene messo nelle condizioni di tirare a vincere: sfrutta le doti di partente di Fiorello e mette subito la testa avanti davanti all’Onda con Randellone sull’Ola, accoppiata collaudata e già vittoriosa nel 1923. Gestisce il vantaggio davanti al Valdimontone con Memmo su uno storno del Busisi e conquista la quinta vittoria in soli quattordici presenze.
L’anno successivo, nel 1926, Cispa viene chiamato a montare la promettente Margiacchina, che a luglio è toccata alla Tartuca, mentre il destino beffardo assegna il veloce Fiorello alla Tartuca per il Palio dell’Assunta. In San Marco si prospetta un Palio di ostacolo: le recenti vittorie della Chiocciola la pongono al centro di una partita complessa, e Cispa si accorda — probabilmente per la prima volta nella sua carriera — con Picino, favorendo alla mossa la partenza fulminea dell’Oca. Al primo Casato però l’esperto fantino ocaiolo cade; in testa passa la Tartuca e a quel punto Cispa è praticamente costretto dagli eventi a spingere al massimo Margiacchina, affiancando Ferruccio Funghi, Porcino, su Fiorello all’inizio del terzo giro.
Il breve ma intenso scambio di nerbate tra Funghi e Cispa si chiude con la vittoria della Chiocciola: Margiacchina va al bandierino davanti a Fiorello ed è un trionfo per San Marco, terza vittoria di fila nel Palio dell’Assunta. Il marchese de Grolet impazzisce di gioia e ricompensa Cispa con un terreno e una casa; l’ammontare dei partiti raggiunge una somma esorbitante per l’epoca, creando problemi di gestione economica negli anni successivi.
A questo punto Cispa è giunto alla sesta vittoria e ritrova per altre tre Carriere consecutive la “dorata” Margiacchina: due volte nella Giraffa nel 1927 e nel luglio 1928 ancora nella Chiocciola. In particolare, nell’agosto 1927 si consuma una sorta di resa dei conti definitiva con Meloni, impegnato nella Civetta su Lina, un’altra grande cavalla dell’epoca. Tra i due avviene uno scambio di nerbate ostinato e violento che recapita sul Tufo l’immagine compiuta della loro rivalità: Cispa e Picino non sono più solo nomi su un tabellone di vittorie, ma protagonisti di un lungo confronto fisico, tattico, economico, intrecciato con il tono delle Contrade.
La caduta: il Palio del 2 luglio 1928
Il prematuro e decisamente inglorioso epilogo della luminosa carriera di Ottorino Luschi è datato 2 luglio 1928. L’Oca, decisa a vincere ad ogni costo, riesce a mettere quasi tutti gli altri fantini — Cispa compreso — al completo servizio di Picino. Tra i canapi il mare in mano ostacola in modo deciso Titino nella Torre, mentre Randellone nel Leocorno trattiene per le redini Fiorello nella Civetta, dove monta Memmo. L’Oca, con tanto spazio a disposizione, va via indisturbata e vince un Palio perfettamente costruito a tavolino, prima avvisaglia della celebre alleanza del Tono.
Il rientro in Contrada per Cispa è durissimo. La vittoria dell’Oca, rappresentante dello schieramento opposto a quello chiocciolino, esaspera gli animi: il fantino viene schiaffeggiato da alcuni chiocciolini e poi addirittura dall’orgoglioso marchese de Grolet, che per la sua Contrada ha dilapidato gran parte del patrimonio. Segue una squalifica di due Palii che, di fatto, mette fine alla sua carriera: dopo diciannove presenze e sei vittorie, il mare in mano lascia Piazza del Campo senza il tempo di un addio.
Dietro i numeri resta una traiettoria umana: un fantino che, partito da Giuncarico con due barberi mediocri, è diventato il protagonista delle grandi manovre degli anni Venti, ha tenuto testa al potentissimo Angelo Meloni, ha vissuto il rischio fisico e morale del Palio fino allo strappo finale di una Carriera “costruita” che gli è costata la fiducia della Contrada che più l’aveva amato.
Cittino e Mario: l’eredità dei Luschi
L’eredità di Cispa viene raccolta quasi subito dal figlio Vieri, Cittino. Già dal luglio 1929 Vieri Luschi monta nelle batterie di tratta e viene notato dalla Torre, che gli affida la prima prova, e dall’Istrice, che gli dà Lina per prova generale e provaccia — ma in entrambi i casi viene presto smontato. L’occasione buona arriva nell’agosto 1929, quando la Selva smonta Titino alla terza prova e fa debuttare Cittino su una morella di Paolo Neri: è il primo figlio d’arte di una nidiata di fantini vittoriosi che negli anni seguenti includerà anche Ganascia e Meloncino.
Nel Palio del debutto Cittino parte nel gruppo di testa e questo basta per essere confermato dalla Selva nel luglio 1930 sulla grigia Cesarina. Assente nell’agosto dello stesso anno, nel luglio successivo viene scelto dall’Aquila sulla esperta Lina, già due volte vittoriosa, nonostante le pressioni dell’Oca per montare Picino che aveva vinto proprio su quella cavallina. Cittino sfrutta l’occasione: chiamato per decimo di rincorsa, entra lanciato tra i canapi imitando la mossa che Picino aveva compiuto nel luglio 1930 e vince d’astuzia alla terza presenza in Piazza, esattamente come era avvenuto al babbo Ottorino nel 1919.
La sua carriera resta però a singhiozzo: fino all’agosto 1937 Cittino continua a correre quasi solo nella Selva e nell’Aquila, venendo spesso smontato dopo poche prove quando prova a vestirsi di altri giubbetti. Una squalifica dopo il Palio dell’agosto 1932 ne complica ulteriormente il percorso. Nel 1934, ancora nell’Aquila, su Aquilino, è l’unico a tentare di tirare a vincere, intralciando l’accordo palese tra Pietrino nel Nicchio e l’Oca con Meloncino: il Palio si chiude con la vittoria del tono opposto e con lo scioglimento dell’alleanza.
Il cambio di rotta, con esiti non positivi, avviene nell’agosto 1937, quando Cittino corre per l’unica volta con un giubbetto diverso da Selva e Aquila: l’Oca lo monta su Stella. Fa un giro in testa e poi cede il passo a Napoletano su Folco nella Civetta; la sua carriera in pratica si chiude qui. Rimane un’ultima presenza nell’amatissima Aquila su Aquilino nell’agosto 1939, in una Carriera già segnata dalla vigilia, tanto che molti fantini di quel Palio chiudono lì il proprio percorso in Piazza, giudicati “troppo odorosi” di eccessiva disponibilità per la Torre.
Nel luglio 1945 Cittino appare ancora sul Tufo: montato dall’Oca su Elis per la quarta prova, scende al canape e rimedia una squalifica. In quello stesso contesto debutta un altro esponente della dinastia di Giuncarico: Mario Luschi, Ciaba. Corre per la Tartuca su Dora nelle prime tre prove, ma viene smontato a favore dello sconosciuto Parigi Colombini, Pisano.
Per Mario il vero debutto in Palio arriva qualche anno dopo, a quarant’anni, nel luglio 1949 nel Drago su Anita. È un’unica apparizione opaca, ben lontana dalla gloria del babbo Cispa e dalla breve ma intensa stagione del fratello Cittino. La scheda fantini di ilpalio.org riporta con sobrietà questa presenza isolata, come se il sangue dei Luschi avesse deciso di riposare dopo quasi tre decenni passati a incrociare cavalli, partiti e contrade.
Nota genealogica: dalle schede di ilpalio.org emerge che Cispa è padre di Cittino (Vieri) e di Ciaba (Mario), mentre Picino (Angelo Meloni) è padre di Meloncino (Corrado Meloni): due dinastie di fantini, Luschi e Meloni, che hanno intrecciato nel Novecento rivalità sportive e legami di sangue, rendendo ancora più fitto il tessuto umano del Palio.ilpalio+1
Una dinastia fra gloria e memoria
La parabola terrena dei Luschi si chiude a Grosseto, il capoluogo mare in mano: Ottorino Luschi, Cispa, muore il 4 settembre 1970; Vieri, Cittino, si spegne il 3 marzo 1974; più di recente, il 18 aprile 2011, è scomparso Mario, Ciaba. Tre tombe in una città diversa da Siena, come se la dinastia dovesse tornare a casa lontano dai clamori di Piazza del Campo, pur restando per sempre legata al Tufo.
Eppure, quando nei circoli contradaioli si pronuncia “i Luschi”, qualcosa vibra ancora. Non è solo il conto delle sei vittorie di Cispa, né il ricordo dell’astuzia di Cittino o della fugace apparizione di Ciaba. È la memoria di una famiglia di fantini che ha attraversato guerre mondiali, alleanze, squalifiche, Palii costruiti e Palii traditi, con il coraggio di scendere sempre in Piazza come guerrieri con un codice, un rischio e una dignità da difendere.

