Francesco Congiu, detto Tremoto: quello che doveva essere, ma non è stato
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Francesco Congiu arriva a Siena quasi per caso, come quei cavalli scartati altrove che poi diventano leggenda in Piazza del Campo. Ha un soprannome potente — Tremoto — che racconta già tutto il suo carattere: agitato, esplosivo, imprevedibile. Vince un solo Palio, quello del luglio 1979, con la Contrada Priora della Civetta e il vecchio Quebel. Ma la sua storia è molto di più di una vittoria sola. È la storia di un guerriero che ogni volta si trovò a combattere non soltanto gli avversari in Piazza, ma anche le circostanze, i malintesi, i cavalli sbagliati, gli ordini di scuderia che lo legavano le mani. Ricordi di Palio gli ha dedicato una puntata preziosa, girata nel medesimo luogo dove, quarant’anni fa, concesse la sua memorabile intervista dopo la vittoria del Cencio.
Dal somaro di Sardegna alla scuderia di Roma
Francesco Congiu nasce in Sardegna, figlio di pastori. In famiglia non c’erano cavalli: il mezzo di trasporto era il somaro, e «chi c’aveva il cavallo era quasi un signore». A quattordici anni arriva un maresciallo delle scuderie regolari a reclutare ragazzi per il mestiere: Francesco rientra nel peso, ha le capacità, e parte. Prima la scuola a Grosseto — che era stata a Merano, poi spostata — poi lo smistamento nelle scuderie, come un’asta. Finisce in una scuderietta mediocre, la Giovanale, che ha una decina o quindici cavalli. E lì, dice, imparò più che nelle grandi: «In una scuderia un po’ piccola ti buttavano», mentre nelle grosse rischiavi di essere abbandonato a te stesso.
Il debutto agonistico arriva nel 1970, a pochi giorni dai quindici anni. Sugli 800 metri piani di Roma, agli ultimi duecento metri le gambe smettono di obbedire: «Ogni tanto, bum, ti mettevi a sedere». Danneggia involontariamente il cavallo della potentissima scuderia CFD, il fantino Pucciatti lo aspetta all’arrivo e gli rifila un cazzotto, poi l’allenatore aggiunge la sua parte. Tremoto finisce in penitenza: quattro o cinque giornate a fare le paglie, a portare i cavalli in corsa senza montarli. Un’educazione a schiaffi, letterale. Ma il carattere non cambia: rimane quello che è sempre stato.
L’ingresso a Siena: quindici giorni e un cavallo matto
La strada verso Siena passa attraverso un amico, Remo Antonetti, detto Rompighiaccio, che lo porta in città nel giugno del 1978. Prima visita: da Pippo Fontani, che guarda Francesco e sentenzia — «Ma questo c’ha le gambe corte, il fantino di Piazza non lo può fare». Poi da Mario Tanganelli, che già aveva il suo fantino: c’era il Gringo. Alla fine è Mario Savelli ad accoglierlo, a dargli da mangiare e dormire, e a farlo allenare. La prima notte, su un cavallo di nome Zaffiro che al casato girava sempre indietro, cade sette volte. All’ottava lascia le redini — lui che non mollava mai — e finisce lì.
La mattina della tratta monta tre cavalli — Quebel, Quadrivio e Umorista — e vince tutte e tre le batterie. Savelli lo tiene. Ma Tremoto è venuto per vedere, non per correre: «Io ero venuto per vederlo, mi sono trovato a correrlo». La Contrada della Chiocciola lo chiama alle due di notte. Si affaccia Scanzano, detto Vito Volpi, con quella voce grossa che non ammetteva repliche. Francesco pensa di essere finito in un manicomio. Ma va.
Quel Palio del luglio 1978, su Utrillo, si conclude con una caduta a San Martino. «Se io ero un po’ più allenato, potevo vincerlo», racconta. Nei tre debuttanti di quell’anno — lui, Salvatore Ladu e Bastiano — Siena riconosce una generazione nuova. E la Contrada della Chiocciola lo adotta: diventa il suo fantino. Il soprannome Tremoto nasce da Scanzano stesso: «Io questo qui lo vedo quasi un terremoto». Da terremoto a Tremoto, il passaggio resta misterioso anche a lui.
Luglio 1979: Quebel, la Civetta e un palio anarchico
La Contrada della Chiocciola non corre nel luglio 1979: Tremoto è a piedi. Non ha accordi con la Contrada Priora della Civetta — non la conosce nemmeno. L’unico filo è Quebel, quel cavallo che aveva montato un anno prima e che ora torna disponibile: venduto ad Arezzo dopo il primo Palio, ricomprato da Loris Savelli con un tendine a rischio e una condizione fisica approssimativa. Francesco lo va a vedere a Monte San Savino, di sera, in pantaloncini corti. Lo monta su una mulattiera sassosa e torna a dirlo a Mario: «Portiamolo a casa questo cavallo, che questo non ha niente».
Gli ordini di scuderia sono chiari: fermare il Leocorno, cioè impedire a Panezio — il cavallo della Contrada del Leocorno — di vincere. «Il palio per me finiva fermando il Leocorno», dice Tremoto senza giri di parole. Ma alla prova generale succede qualcosa: Renato Monaco, il Grinta — il fantino della Contrada del Drago — gli si avvicina e lo insulta al Canape, davanti a tutti. «Metti dritto questo mago». Tremoto era già incazzato perché era a piedi. La risposta è una manata. E via.
Francesco Congiu, detto Tremoto, su Quebel, all’arrivo al bandierino del Palio di Cecco Angiolieri del 4 luglio 1979, vinto dalla Contrada Priora della Civetta
La corsa inizia con Tremoto partito nono, chiuso da Cianchino (Cuana, nel Bruco). Al primo giro comincia a risalire. Accoppiatosi al Leocorno, rifila due nerbate nel muso a Panezio per frenarlo: «L’unico sistema era quello. Tanto prima che si ripresenta Panezio mi vede che sono bianco». Il cavallo ci pensa. E Tremoto alza gli occhi e vede davanti a sé il Monaco — quello della manata. Non ci pensa due volte. Il Palio cambia significato in pochi istanti: da compito di scuderia a questione personale. Anarchicamente, senza pensare alla vittoria, insegue chi lo ha offeso.
Quebel a un certo punto non respira più. Tremoto fa una cosa che i fantini delle regolari sanno fare istintivamente: posa le mani sul collo del cavallo per un solo tempo di galoppo, gli fa riprendere il fiato. E Quebel risponde. Al casato del terzo giro, Monaco vacilla. Tremoto lo passa. «Ho pensato: forse ce la posso fare». La radiocronaca dello speaker racconta il finale come un duello serrato tra il Drago e la Civetta. Vince la Civetta. Vince Tremoto. Vince Quebel — quel cavallo vecchio, grasso, con quattro gambe ognuna diversa dall’altra, che conosceva la Piazza meglio di chiunque.
Il peso di quello che non fu
Dopo la vittoria, Tremoto aspetta che la Contrada Priora della Civetta lo ingaggi per agosto. Quebel tocca di nuovo alla stessa Contrada. Ma non arriva nessuno. Lo tengono sulle spine. Anni dopo scopre la verità: era il gruppo di contradaioli che gestiva i rapporti con il fantino a chiedere un ingaggio troppo alto per una Contrada appena dissanguata dalla vittoria.
Monta ad agosto con la Contrada della Chiocciola, su una fattrice tenuta a prato da mesi, che non mangiava da giorni. Arriva quarto o quinto. La Contrada Capitana dell’Onda quell’anno vince clamorosamente con Miura, un cavallo che nessuno si aspettava. Gli anni successivi si aprono alla Nobile Contrada dell’Oca, al Montone, alla Giraffa, alla Civetta ancora — ma sempre con qualche ostacolo che si frappone: una cavalla ferita al tendine che corre fasciata in Piazza, un cavallo che ha paura del cane e gira indietro alla mossa, un ordine di scuderia che lo usa come strumento di prova per un altro fantino, accuse di vendere il Palio per aver scelto una traiettoria che la sua cavalla menomata non poteva tenere.
La sua storia al Palio è fatta di questo: un grande cavallo in forma pessima, una grande prova con un cavallo fuori dal progetto, un ingaggio che non arriva, un ordine che lo blocca quando potrebbe vincere. «Anche se, sinceramente, avrei voluto correre di più», ammette con quella semplicità sarda che non cede mai alla retorica. Non è rimpianto: è constatazione lucida di chi sa che il Palio non è equo, non è sempre una questione di bravura, e che a volte il destino mette tutto al posto giusto — e poi sposta una pedina all’ultimo secondo.
Quebel vive ancora
Quarant’anni dopo, la Contrada Priora della Civetta lo richiama nello stesso posto dove, la sera del 4 luglio 1979, concesse quell’intervista memorabile con Bruno Tanganelli in arte Tambus. Ricordi di Palio riallestisce tutto nello stesso modo. Tremoto si siede di nuovo su quella sedia. «È un effetto indescrivibile, secondo me, che poi ti rivengono in mente tutte le vecchie storie, i vecchi flash».
Quebel — quel cavallo con quattro gambe diverse e quattro zoccoli ognuno a modo suo — continua a vivere nella memoria della Civetta come un fratello, come un mito personale. E Tremoto vive in quella vittoria impossibile: un fantino senza contrada fissa, con un cavallo fuori forma, ordini di scuderia che non prevedevano la vittoria, e una manata da vendicare. Ha vinto un solo Palio. «E non è poco», dice. E ha ragione.
Quebel nella stalla: il cavallo che vinse il Palio del luglio 1979 con la Contrada Priora della Civetta e il fantino Francesco Congiu “Tremoto”.
La puntata completa di Ricordi di Palio dedicata a Francesco Congiu “Tremoto” è disponibile sul canale YouTube del progetto. Se hai ricordi o storie che si intrecciano con questa, lascia un commento: ogni voce in più è un pezzo di memoria in più per Siena.
Buona visione!

