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Vittorino: il Guerriero del Tufo che vinse sette volte

Vittorino: il Guerriero del Tufo che vinse sette volte

Tempo di lettura: 7 minuti

Ci sono uomini che nascono già con il destino scritto nel sangue. Giorgio Terni nacque il 4 settembre 1932 a Monticello Amiata, in mezzo ai cavalli che suo padre Tullio comprava e vendeva nelle fiere di mezza Toscana. Non era una vocazione, quella che maturò nel piccolo Giorgio: era qualcosa di più antico e più necessario, come l’odore della terra battuta e il rumore degli zoccoli sulle strade polverose dell’Amiata. Nessuno glielo insegnò. Ci arrivò da solo.

Siena lo accolse nel 1953, lo chiamò Vittorino, e non lo dimenticò più.

Nato in sella, destinato al tufo

L’Amiata è sempre stata una fucina di fantini. Gente di montagna, come ricorda Michele Fiorini nella puntata a lui dedicata: poca tecnica accademica, ma una grinta, un coraggio e un senso del cavallo che non si imparano sui libri. Vittorino crebbe in quel solco, montando a pelo fin da bambino lungo le vie di campagna, con la sola forza delle gambe e la cavezza in mano. Aveva come idolo Fernando Leoni, detto Ganascia, fantino leggendario di quelle zone, le cui gesta ascoltava alla radio durante le trasmissioni RAI del Palio.

Crescendo, Giorgio iniziò a mietere vittorie nelle corse in provincia, prima a Castel del Piano, poi ad Asciano e a Montalcino, dove fece la sua prima corsa con la formidabile Gaudenzia. Fu lì che i dirigenti delle contrade senesi cominciarono a sguinzagliare i propri emissari. Arrivarono i primi “abboccamenti”, e quello più deciso e convinto fu del Nicchio, col quale si aprì un rapporto che — come disse senza esitazioni il barbaresco che lo conobbe allora — andava ben oltre il giubbetto: «Era uno di noi».

Il debutto e il segno del predestinato

Nel luglio del 1953, il Nicchio guidato dal neo capitano Vittorio De Santi affidò al ventunenne Giorgio Terni il purosangue Turbolento. Gli fu assegnato il soprannome di Vittorino, che lo accompagnerà tutta la vita. In un passaggio quasi mistico, si trovò ai Canapi di fronte al suo stesso idolo: Ganascia, che su Fonte Giusta nel Leocorno disputava il suo trentaseiesimo e ultimo Palio. La sorte volle che fosse di rincorsa, e qualcuno ha sempre detto — non troppo casualmente — che il vecchio guerriero aiutò il suo giovane erede a partire come un razzo. Turbolento non resse fino in fondo, ma il segnale era stato dato.

Chi lo vide arrivare quella prima volta lo ricordò così: «Lui ti mostrò fin dal primo momento che quel fenomeno era. Era un predestinato». Era di una tranquillità assoluta. Si tirava su le mani, dava al cavallo la metà di quel che serviva. E andava.

Gaudenzia, la rincorsa e la leggenda

La storia di Vittorino non si racconta senza Gaudenzia. Una cavalla non più giovane, poco considerata, che lui aveva allenato per tutto l’inverno a Monticello. Nel luglio del 1954 — primo Palio ripreso dalla RAI — l’Onda non aveva cavallo di punta, il Nicchio non era estratto e Vittorino era sul mercato. Arrivò il prestito, arrivò la rincorsa, arrivò la partenza a razzo: «Un trionfo vero e proprio, senza possibilità di repliche». Fu il primo atto di un’annata leggendaria.

Ad agosto la beffa: Gaudenzia era toccata alla Giraffa, Vittorino rimase nel Nicchio con la modesta Rosella. Il duello tra uomo e cavalla che ne seguì resta ancora oggi nella leggenda del Palio. Vittorino sembrava poter controllare la situazione, ma al terzo Casato Rosella allargò quel tanto che bastò, e Gaudenzia, condotta dal comprimario Marino Lupi detto Veleno, vinse di un soffio. La collana di un nicchiaiolo, sfiorata dal morso della cavalla in corsa, non tornò più. Il Palio straordinario di settembre rimise le cose a posto: Vittorino e Gaudenzia di rincorsa nel Leocorno fecero il vuoto fin dalle prime falcate, «un dominio assoluto», le loro gesta talmente celebri da ispirare persino un romanzo per ragazzi scritto da Marguerite Henry e intitolato Gaudenzia, la regina del Palio.

Sette Palii e il peso delle squalifiche

In dodici anni di carriera — dal 1953 al 1965 — Vittorino vinse sette Palii: tre nel Nicchio, due nell’Onda, uno nel Leocorno, uno nella Chiocciola, uno nella Torre. Sette vittorie che avrebbero potuto essere molte di più, se non fossero arrivate anche cinque squalifiche. Una parabola di gloria e frustrazione, di cavalli straordinari e di fortuna che girava a corrente alternata.

Nel luglio del 1957, terza vittoria, portò Tanaquilla alla Chiocciola in un Palio intricato, trovando l’intesa decisiva con Lazzaro Beligni, detto Giove — uno dei più abili ai Canapi della storia — che correva nella Civetta per uno screzio personale con il capitano della Tartuca. L’agosto dello stesso anno portò Belfiore al Nicchio, quarta vittoria, in uno di quei Palii che lui costruì nei giorni, convincendo la contrada ad aver fiducia: «Abbiate fiducia in me. Domani l’altro sera vuol dire me le date. Ora lasciatemi far fino a domani l’altro sera». Detto fatto.

Il palio del 16 agosto 1961, l’ultimo vittorioso, fu forse il più discusso e il più leggendario. La Torre di rincorsa, L’Oca al nono posto con Ciancone su Capriola, la Tartuca favorita con Uberta. Al momento della mossa, Capriola si rigirò in modo clamoroso, aprendo la strada alla Torre. Tradimento o vizio della cavalla? Vittorino difese sempre Ciancone: «Capriola aveva quel difetto, si buttava». Il Palio fu lottato solo con la Tartuca, fino all’ultimo San Martino, dove Uberta girò male, Tristezza cadde, e Vittorino prese la vittoria a mani basse. In quella finestra al Casato, c’era un ragazzo di diciassette anni accanto a suo padre, vicario della Tartuca: quando vide passare la Torre prima, girò verso il genitore con il gesto dell’ombrello. Prese uno schiaffone. E festeggiò lo scoppio del mortaretto con la guancia rossa e gonfia.

Il guerriero e il suo codice d’onore

Quello che contraddistingueva Vittorino dai canapi era una qualità rara: sapeva stare nella mischia senza perdere la testa. «Per correre in piazza bisogna essere dotati di un sangue freddissimo», disse lui stesso. «Montato a cavallo, uno non deve sentire più niente. Deve far conto che non esista nessuno». Era la filosofia di un guerriero consumato: non ignoranza del pericolo, ma padronanza di sé sotto pressione.

La sua forza nelle rincorse era proverbiale. Chi lo vide correre disse che quando era di rincorsa, «suonava morto per tutti», poi prendeva il vantaggio alla prima occasione e non lo mollava. Dall’Arco dei Pollaioli al Casato in un battito di ciglia: «non ho mai visto il volo che fece Vittorino da San Martino al Casato, al Casato era già primo». Aveva anche una scuola personale che trasmetteva ai più giovani, come fece negli ultimi anni della vita con fantini della generazione successiva, ai quali ripeteva il suo mantra: «Più entri forte a San Martino e meglio giri», e «non fermare mai le mani, perché se smetti di pintà ti ci lascia».

La caduta, l’invalido, il signore

Nel luglio del 1965, durante una prova del Palio, una forzatura della bizzosa Zanetta al Leocorno gli devastò l’avambraccio destro. Quella che sembrava una caduta banale si rivelò definitiva: nessun consulto medico riuscì mai a risanare quel braccio. Vittorino aveva trentatré anni. La sera stessa del 2 luglio si apriva un’altra era, con la prima vittoria di Aceto. Il Palio non aspetta nessuno.

Rimase invalido per il resto della vita, con il braccio legato a un tutore. Ma non si lamentò mai. Sua figlia lo ricorda con parole che tolgono il fiato: «Lui ha vissuto questa grande, grandissima disgrazia con una dignità che soltanto dopo che è morto mi sono accorta di quanto sia stata grande». Continuò a frequentare il Nicchio, a parlare di cavalli, a offrire la sua intelligenza paliesca a chi sapeva ascoltare. Non smise mai di essere presente, anche quando il corpo non poteva più farlo in piazza.

Sua moglie, donna di altri tempi, non lo seguiva alle cene delle prove generali. Stava a casa, guardava i figli, teneva insieme la famiglia in silenzio. Quando morì, la chiesa del Nicchio era piena. «Quelle persone erano lì per mamma», dice la figlia. «Non perché era la moglie di Vittorino». Alcune storie parlano da sole.

L’eredità di un campione

Vittorino rimase nel Palio anche dopo. Come consigliere, come memoria vivente, come voce autorevole che non parlava a caso. Chi lo frequentò nei suoi ultimi anni ricorda il carisma di un uomo che non aveva bisogno di titoli per essere ascoltato. Quando vide correre un giovane fantino nel Nicchio negli anni ’80, gli andò vicino nel mezzo del casino del dopoprova e gli sussurrò in un orecchio come si porta un purosangue in curva. Poche parole, precise come colpi di nerbo. Il giovane le seguì. E vinse.

Giorgio Terni, detto Vittorino, morì lasciando a Siena sette vittorie, una carriera spezzata troppo presto e un modo di stare al mondo che fu insieme quello del campione e dell’uomo perbene. Uno di quei guerrieri che non combattono per distruzione, ma per onore — verso la contrada, verso il cavallo, verso i colleghi, verso la città. Il Palio è una guerra, e lui sapeva — meglio di chiunque altro — come si combatte una guerra con dignità.

La puntata di Ricordi di Palio dedicata a Vittorino è disponibile sul canale YouTube del progetto. Se hai ricordi, foto o storie legate a Giorgio Terni e alla Siena del suo tempo, condividili: ogni voce è un tassello in più di una memoria che non va persa.

Buona visione!

Fabrizio Gabrielli

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