Lazzero – Il “regista” senza drappellone
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C’è una domanda che si fa strada, quasi da sola, ogni volta che si parla di Lazzaro Beligni: come si chiama un uomo che ha corso quarantuno Palii senza vincerne nemmeno uno, eppure per decenni ha deciso chi doveva vincere e chi no? Non un perdente — questa sarebbe un’ingenuità. Non un semplice gregario — questa sarebbe un’offesa. Un regista. Il regista occulto del Palio del Novecento, l’uomo che conosceva il prezzo di ogni cosa, compreso quello degli uomini.
Lazzaro Beligni, nato a Siena nel 1927, per tutti semplicemente Lazzero — con quel vezzo popolare senese di storpiare i nomi e trasformarli in qualcosa di più vivo e personale — corse la sua prima Carriera nel 1954 e l’ultima nel 1975. In mezzo, vent’anni di strategie, accordi, rifiuti, lealtà e qualche colpo basso, tutti consumati in quella striscia di tufo che è il cuore pulsante di Siena.
Un senese puro sangue
Lazzaro Beligni è l’unico fantino della sua generazione a nascere a Siena. Non nei dintorni, non nella Maremma o nell’Amiata come quasi tutti i suoi colleghi: Siena, ocaiolo fino al midollo, sebbene la madre fosse torraiola. Una radice identitaria che per lui non fu mai un dettaglio — fu una bussola, e in alcuni Palii cruciali, un vincolo più forte di qualsiasi accordo economico.
Il padre era commerciante di bestiame, persona stimata e benestante. Tra Fontebranda e la Costaccia, da una parte all’altra, le terre erano quasi tutte sue. Dopo la guerra, con una balla di ottocentomila lire — una fortuna per l’epoca — disse: «Da questo momento non fo’ più niente». Ma le tasse di guerra e la fine del conflitto portarono via tutto. Lazzaro, poco più che ventenne, già sposato e con un figlio in arrivo, uscì di casa sbattendo la porta e ricominciò da zero.
Lavorò come addetto ai cavalli in uno stabilimento medico, guadagnando 1.160 lire al giorno. Alla metà del mese non aveva più una lira. Si licenziò. Cominciò a montare i cavalli del Sor Ettore Fontani, «rubando con l’occhio il mestiere» accanto a Vittorino, all’Arzilli, al Gentili, a Pietrino, girando intorno alle mura della fortezza. «L’Arzilli era quello che aveva più mani, ma io devo a Vittorino molte occasioni di montare», avrebbe detto anni dopo.
Il debutto e il nome di Giove
Nel luglio del 1954 il Drago gli affidò la promettente Saturnia, una cavallina del Busisi che aveva già debuttato nell’Istrice il Palio precedente. Fu in quell’occasione che Lazzaro divenne Giove: la contrada di Camporegio, con un tocco di fantasia astrale, intendeva entrare nell’orbita della vittoria battezzando il suo fantino con il nome del re dei pianeti. Il soprannome rimase negli annali e nelle statistiche — oggi lo si trova sulle pagine di ilpalio.org — ma nella vita di tutti i giorni, per chi lo conosceva davvero, rimase sempre e solo Lazzero.
Quella prima Carriera, pur senza particolari exploit, fruttò a Lazzaro 800.000 lire: una cifra significativa, con cui comprò un camioncino e cominciò a ricostruire il suo patrimonio. Aveva capito subito la logica del Palio: non si trattava solo di vincere. Si trattava di essere indispensabile.
Dopo appena sei partecipazioni era già diventato una pedina fondamentale dello scacchiere paliesco. «Abilissimo tra i canapi, furbo e scaltro, il suo peso strategico iniziò a essere determinante in quasi tutte le carriere di quel periodo». Spesso Lazzaro decideva chi doveva vincere; ancora più spesso — e praticamente sempre — decideva chi il Palio lo doveva perdere. Un potere enorme, costruito non sulla forza bruta, ma su una freddezza di calcolo che lasciava senza fiato.
La partita a scacchi del 1957
Il 1957 è l’anno che meglio fotografa la natura di Lazzero Beligni. Alla vigilia del Palio di luglio, il Capitano della Tartuca Remigio Rugani gli rifiutò sdegnosamente il compenso richiesto per favorire la sua Contrada, chiudendo il discorso con una frase fatale: «Lazzaro, ti do un milione, ma non lo vali».
Un’offesa simile non si incassava. Nell’entrone, Lazzaro cercò subito Vittorino: «Quanti soldi ti hanno dato da spendere?» Erano due milioni. Si fece a mezzo. Vittorino, che montava la Chiocciola su Tanaquilla, era come morto ridiventato vivo — convinto fino a quel momento che Lazzaro fosse venduto alla Tartuca. Con la rincorsa nella Civetta, Lazzero gestì la mossa con chirurgica precisione: vide la Tartuca messa male e la Chiocciola messa bene, diede la partenza, e Vittorino vinse.
Il conto finale fu eloquente: Vittorino prese un milione per aver vinto. Lazzaro prese un milione e duecentomila lire per aver perso. «Il sorriso garbato non nascondeva nemmeno l’ombra del rimpianto», scrisse di lui un cronista del Carroccio. Capisci da questo episodio che cosa fosse davvero il Palio per Lazzaro Beligni: una partita a scacchi, non una rincorsa forsennata verso la gloria.
I rimpianti: l’Onda e la Selva
Quarantuno Palii senza vincere non è un caso. È una scelta, quasi sempre. Ma ci sono due Carriere che Lazzaro non ha mai smesso di rivivere, e che rappresentano il lato più umano di questo guerriero apparentemente senza sentimenti.
Luglio 1965, Onda. Selvaggia era un cavallo straordinario: «Eravamo abituati a cavallucci, a mezzi rombi — quando arrivò Selvaggia fu un’altra cosa». Lazzaro partì in testa con un impressionante scatto, il Palio sembrava già suo. Poi, al primo Casato, girò male, urtò il colonnino e gettò alle ortiche il sogno di una vita. La vittoria andò al giovane Aceto nell’Aquila. Quella sera, per l’unica volta in vita sua, chi era con lui lo vide piangere.
Agosto 1972 straordinario, Selva. Musella era un cavallo superiore. Lazzaro lo sapeva, lo aveva preparato meticolosamente, aveva perfino contrattato la rincorsa con Aramis dell’Oca versando dieci milioni — cifra enorme per l’epoca. Ma aveva fretta alla mossa, non aspettò il momento giusto, e al terzo San Martino Aceto lo chiuse con una parata decisa. Musella scossa arrivò seconda. «Musella andava due volte Mirabella», avrebbe detto Aramis anni dopo. Quel Palio Lazzaro lo avrebbe potuto vincere. Forse, nella sua storia, fu il più vicino.
Il guerriero fuori dai canapi
Lazzaro Beligni non era solo strategia e calcolo. Era un uomo di carne, con una fierezza che non ammetteva compromessi sull’onore. Nel luglio 1949, durante una prova, l’Istrice aveva danneggiato l’Oca facendo cadere il cavallo. Lazzaro andò direttamente a picchiare il fantino dell’Istrice, Pietro De Angelis detto Pietrino, in pieno mezzo alla gente, alla fontanina di piazza Paparoni. Toccata e fuga — ma sbagliò strada, finì alla Magione invece che a San Prospero, e fu salvato da un prete che lo nascose nell’orto sopra un fico fino a mezzanotte, quando il questore mandò una camionetta a recuperarlo.
Con Giuseppe Gentili, detto Ciancone, i rapporti erano ancora più complicati: un’inimicizia covava da anni. Eppure entrambi, a volte, finivano a cena insieme sotto l’egida di Fontebranda. Chi ha vissuto quegli anni racconta che quando uscivano dal ristorante e trovavano un portone aperto, ci entravano e se le davano di santa ragione. «Uscivano come se niente fosse, si ricomponevano e zac. Erano sfogati». Come diceva qualcuno: «Il termine giusto forse è valorosi».
Contradaiolo, consigliere, signore
Lazzaro fu anche mangino dell’Oca nel 1979: un’esperienza breve e conclusa bruscamente, come spesso accade alle personalità decise. Ma il suo senso di appartenenza all’Oca non era mai stato in dubbio. Quando nel 1959 la Marchesa Misciattelli, capitana della Torre, gli aprì il blocchetto degli assegni invitandolo a scriverci lui la cifra pur di montare l’imbattibile Uberta, la risposta fu no. «Subentrava il cuore di Fontebranda», disse anni dopo, con onestà disarmante. «Tanto rispetto, ma non lo potevo fare».
Negli ultimi decenni della sua vita divenne una presenza fissa negli ippodromi di tutta Italia — «la sua droga», come la chiamavano gli amici — e un punto di riferimento per i fantini più giovani. Aveva l’abitudine di portarli a fare il giro della Piazza prima di ogni Palio, indicando dove stare, come impostare le curve, dove aprire e dove chiudere. «Quello che diceva Lazzaro non lo faceva nessuno», ricorda chi lo seguì per quindici anni alle corse. I fantini che montava vincevano. Sempre vestito in maniera inappuntabile, capelli bianchi, portamento diritto, tratto del manager. Un lord inglese nato a Siena.
Morì lasciando un vuoto che Siena sa riconoscere solo quando è troppo tardi. Ma chi lo conobbe porta ancora con sé quella voce che raccontava le cose come se le rivivesse in quel momento, e quella capacità di tenere i segreti del Palio — i veri segreti — come sacri custodi di un mondo che appartiene alla Memoria più profonda della città.
«Di Lazzaro si fidavano tutti, perché Lazzaro dava una parola e quella era, certamente quella».
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