Il Gobbo Saragiolo – La legge del più forte
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C’è un nome che nella storia del Palio di Siena suona come un colpo di nerbo: Francesco Santini, detto Gobbo Saragiolo. Nato a Montalcino il 14 dicembre 1809, alto poco più di un metro e venti, pesante trentasei chili, schiena gobba e corporatura deforme. Eppure — o forse proprio per questo — nessun fantino ha incarnato con più bruciante evidenza il codice del guerriero: trasformare ogni svantaggio in arma, ogni nemico in occasione, ogni battaglia perduta nel prologo di una vittoria. Quindici vittorie su cinquantanove partecipazioni, trentotto anni di carriera, quattordici giubbetti, sette contrade conquistate. Un record condiviso solo con il settecentesco Bastiancino, che però ebbe una carriera più breve e assai meno documentata.
Un guerriero deforme in Piazza
Il 2 luglio 1823, il cancelliere comunale annotò nel verbale con fredda secchezza: «Vinse il Palio la Chiocciola, inaspettatamente, correndoci il Santini di Montalcino, ragazzo di anni 14, di una piccolissima e scontraffatta figura.» Era il suo debutto. Non aveva ancora compiuto quattordici anni. Vinse.
L’impatto fu quello di un colpo di scena. Una certa Anna Biagioni compose un componimento poetico che iniziava elencando ogni difetto fisico del ragazzo, mentre la folla dai palchi si accalcava per sbirciarne «la finzuta spalla e la faccia» gridando «Evviva il Gobbo!» tra le risate. Ma nell’ultima strofa il tono muta: «Move veloce il Gobbo e più si allesta… Di possenti nerbate aspro torrente scende il Gobbo sopra il duro in fiore… Compita è la giostra e il Gobbo ha vinto.» La derisione aveva ceduto, come sempre accade, alla grandezza.
Il cavallo era il baio oscuro di Stanislao Pagliai, un animale vecchio e navigato a cui vengono attribuite nove vittorie. Al secondo San Martino, la Chiocciola prese la testa e non la lasciò più. Il soprannome Saragiolo — il cui significato si è perduto nel tempo — gli rimase per sempre, insieme alla leggenda che cominciò esattamente quel giorno.
Il conte, il manager e il fronte nemico
Per capire Francesco Santini bisogna capire la Siena in cui visse: un mondo dove il Palio era economia, politica, vendetta e onore, tutti intrecciati tra i canapi della mossa. Il fantino era la pedina più preziosa — e più esposta — di quella scacchiera.
Il Gobbo lavorava come stalliere alle dipendenze del conte Giovan Battista Ottieri della Ciaia, influente notabile senese che gestiva direttamente la sua nascente carriera e che in più occasioni sedette al verrocchio come giudice della mossa, suscitando feroci polemiche. A fargli da manager informale nei primi anni fu Serafino Rossi, detto Serafinaccio, descritto dalle cronache come «pericoloso e violento», accusato di omicidio: un uomo che sapeva come funzionava davvero la Piazza.
Il fronte nemico aveva un nome collettivo: i Brandani. Una famiglia di fantini — Brandino, Chiozzo, Brutto, Cicciolesso, Pipistrello — che per anni tessé attorno al Gobbo una rete sistematica di ostacoli, coalizioni e ritorsioni. Nelle cronache dell’epoca si legge senza ambiguità: «Il Gobbino del Ciai fu posto in mezzo e lo nerbarono fortemente, senza smettere mai.» A loro si aggiunse presto Francesco Bianchini, detto Campanino — nove vittorie, un odio irriducibile, destinato a durare più di trent’anni. Un odio che nel novembre 1838 uscì dalla Piazza: durante una rissa a Castelnuovo Berardenga, Campanino colpì a morte Angelo Bandini, stalliere e uomo di fiducia del Gobbo, riportando una condanna per omicidio preterintenzionale.
Campagne e battaglie: le quindici vittorie
In un campo di battaglia il guerriero non vince sempre. Sopravvive, si riorganizza e colpisce quando gli avversari si credono al sicuro. Il cappotto del 1829 — vittorie consecutive in luglio per la Torre e in agosto per il Montone — segnò il primo momento di piena affermazione, celebrato dalla contrada del Montone con un sonetto che recitava: «Evviva Saragiolo! Evviva il Montone! Due giudizi il Santini al certo tiene, uno nel cranio e l’altro nel popone.» Ma i Brandani seppero rispondere, rendendo la vita del Gobbo sempre più difficile.
Colpo su colpo, il Saragiolo affinò le sue contromisure. Nel 1832, presentandosi alla mossa con il giubbetto dell’Oca interamente insaponato — «una cosa mai più veduta» — rese impossibile qualsiasi chiappo. Vinse ugualmente, tra il malcontento generale. Costruì lentamente una rete di alleanze, piazzando amici fidati nelle contrade avversarie, come il fido Giuseppe Morandini detto Bucher, squalificato a vita per aver trattenuto tre cavalli rivali al canape su commissione del Gobbo stesso.
La vittoria più cara alla memoria senese fu quella del 2 luglio 1840, quando il Saragiolo riportò la Selva al successo dopo ottantasei anni di astinenza — «la fine di un incubo», come la ricordano ancora oggi i selvaioli. Lo zucchino che il Santini portava in testa quella sera è conservato in contrada: mettere una mano accanto a quell’oggetto minuscolo fa capire meglio di qualsiasi cronaca la statura dell’uomo che sedeva su quel cavallo. L’ultima delle quindici vittorie, quella per la Torre il 3 luglio 1853, la racconta meglio di tutti il manoscritto di un monturato quattordicenne conservato nell’archivio di contrada: «Al terzo giro la Torre poté prendere la testa e vincere il Palio. Gli ocaioli se ne andarono così mogi mogi… mentre noi, felici e contenti per l’inaspettata vittoria, ci dammo alla pazza gioia, tanto che al mattino mi ritrovai nel letto senza sapere come e chi mi ci avesse messo.»
La fuga a San Martino e la frase immortale
Il 2 luglio 1855, nella Selva, il Gobbo Saragiolo scrisse la pagina forse più discussa della sua storia. Uscì di piazza al secondo San Martino, fermò il cavallo allo spigolo dei materassi, si tolse la divisa della contrada e indossò i propri abiti — che suo figlio attendeva lì con i panni già pronti, «nascostamente», come si legge negli atti del processo. Poi sparì.
I selvaioli non gli pagarono la mercede pattuita. Lui li portò in giudizio. Il processo durò quasi cinque anni. Le testimonianze furono circostanziate e decisive: il veterinario attestò che il labbro del cavallo era «rotto dalla parte sinistra», segno di una forzatura volontaria verso San Martino; il proprietario del cavallo dichiarò che l’animale «per voltare faceva scuola agli altri» e che quanto accadde «non poteva accadere se il Santini non fosse stato in avanti intenzionato di far ciò». La sentenza del 1860 diede ragione alla Selva in tutto e per tutto. L’appello fu rigettato nel 1861. Il Santini non ottenne nulla: si ritrovò debitore delle spese legali dell’avvocato della contrada — 207 lire che, c’è chi dice, la Selva aspetta ancora.
Poco dopo il Palio, fermato in piazza dai selvaioli che gli chiedevano conto del tradimento, la sua risposta è rimasta scolpita nella storia come una lapide:
«Ma che dovevo vincere per voi altri miserioni, che mi davi 140 monete quando ne ho guadagnate 170?»
Brutale, diretto, privo di qualsiasi rimpianto. Il codice del guerriero non prevede sensi di colpa — prevede calcolo.
Fuori dal campo: una fedina non immacolata
La grandezza del Gobbo in Piazza aveva il suo doppio speculare fuori. I rapporti di polizia senesi di quegli anni raccontano di un uomo che non conosceva la misura. Condannato nel 1836 per «rissa clamorosa e turpiloquio, più particolarmente per le espressioni proferite verso Maria Vergine» — due giorni di carcere, uno in segreta a pane e acqua. Segnalato e multato più volte per corsa a galoppo nelle strade cittadine: nel maggio 1841 aveva sorpassato di gran carriera il calesse del suo stesso padrone, il conte della Ciaia, in piazza del Campo, «con indignazione del pubblico». Nel 1843, richiamato all’ordine dai carabinieri alle Lizza, «proseguì per qualche poco tempo ancora a galoppare con marcata incuranza». Nel 1858 fu incarcerato per quasi venti mesi per furto aggravato.
Non era un eroe da agiografia. Era un uomo di straordinario talento e di carattere impossibile, cresciuto in un mondo dove la sopravvivenza si misurava in nerbate, alleanze e opportunismo. Fabbro di professione come il padre, stalliere del conte, fantino di piazza: tutto questo insieme, senza che nessun ruolo prevalesse completamente sugli altri.
La fine di un guerriero
Nel 1860, cinquantunenne, il Gobbo Saragiolo corse gli ultimi due Palii — nello straordinario di aprile nell’Istrice e a luglio nella Torre — senza lasciare tracce nelle cronache. Trentotto anni di carriera, cinquantanove partecipazioni, quindici vittorie per sette contrade diverse. Poi il silenzio.
Dopo il ritiro aprì una locanda nella contrada dell’Onda, in via delle Lupaie. Ma la fortuna che lo aveva assistito in Piazza non lo seguì ai tavoli. Si ritrovò presto indebitato, alle prese con nuove grane giudiziarie. Il re dei Palii, che a trent’anni era il fantino più ambito di Siena, finì i suoi giorni in miseria. L’atto di morte del 27 ottobre 1865 lo registra con due sole parole alla voce mestiere: «Fantino miserabile».
È una dicitura che fa male, e che spiega meglio di qualsiasi cronaca cosa significasse essere un guerriero della Piazza nell’Ottocento senese. Non c’era pensione, non c’era gloria amministrata: c’era la Carriera, il compenso pattuito, e poi il vuoto. Il Gobbo Saragiolo fu il più grande di quella stagione, e finì come molti eroi della Piazza — di quella e di altre epoche. Con le mani vuote e la leggenda già scritta.
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