Renato Romei, le strategie di “Rommel”: un Capitano tra Bucefalo, Aceto e la fede nell’Aquila
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Durata del video: 2h 25′
Ci sono mandati da Capitano che si ricordano per i Palii vinti, altri per le polemiche. Quello di Renato Romei, per la Nobile Contrada dell’Aquila, si ricorda soprattutto per il coraggio di scegliere gli uomini e i cavalli in cui credeva, anche quando tutto sembrava remargli contro. In mezzo, due nomi che tornano come un filo rosso: Bucefalo e Aceto.
Un Capitano “naturale”, ma non unanimemente voluto
Quando nel 1986 il popolo dell’Aquila chiede a Renato Romei di diventare Capitano, l’elezione sembra quasi scontata: contradaiolo conosciuto, mangino plurivittorioso nelle Carriere del 1973, 1979 e 1981, figura presente e riconosciuta in Contrada. Eppure, al momento del voto, quel 73–75% di consensi non gli basta.
Romei lo vive come un campanello d’allarme: per lui il capitano deve poter contare su una fiducia quasi totale, perché sa che ogni decisione al canape spacca opinioni, amicizie, equilibri. Il giorno dopo scrive una lettera di dimissioni, provocando maretta in Società; si arriva così a un’assemblea straordinaria, con la votazione per alzata di mano, dove l’Aquila gli chiede, questa volta sì, di assumersi il ruolo con un mandato quasi unanime. È il primo segno di un capitanato che non sarà mai facile: molto partecipato, molto discusso, sempre sul filo della responsabilità.
Dal mangino al Capitano: costruire fantini e cavalli
L’esperienza da mangino vincente pesa moltissimo nel modo in cui Romei interpreta il ruolo di Capitano. La sua priorità, nelle scelte, non è mai solo il “nome” del fantino, ma l’intesa reale con il cavallo, la conoscenza diretta dell’animale, la possibilità di costruire un rapporto nel tempo.
Già nel 1986, con Orion non più al massimo della condizione, si vede la sua inclinazione a lavorare su fantini giovani come Francesco Ticci, provato in stalla aquilina non tanto per l’immediato, quanto come investimento per il futuro. È un modo di pensare che tornerà, amplificato, quando dovrà decidere se puntare su Bucefalo e, qualche anno dopo, se affidarsi ancora a Andrea Degortes detto Aceto.
Bucefalo, tra fiducia assoluta e notti insonni
Per capire il rapporto tra Romei e Bucefalo bisogna partire da una certezza: Renato considera Maurizio Farnetani un patrimonio dell’Aquila. Prima ancora che Capitano, lo vive da mangino, lo vede crescere, ne intuisce il potenziale di fantino “di casa”.
Nell’estate del 1988, quando in stalla entra Figaro e si apre una delle sliding doors più celebri della storia recente dell’Aquila, Romei fa una scelta che definisce lui stesso “coraggiosa, ma non irrazionale”. Vuole il cavallo migliore possibile, certo, ma vuole anche un fantino che conosca quell’animale e che rappresenti un investimento per gli anni a venire: Bucefalo, appunto.
Il retroscena con Aceto è emblematico. Prima della prima prova, Romei telefona ad Andrea Degortes per proporgli Figaro, pur sapendo quasi già la risposta. Aceto ha in testa Galleggiante nella Civetta, gli piace quel cavallo, ha dato la parola; risponde che Figaro è un soggetto “macchinoso, con qualche problema”, e declina l’offerta. Renato chiude la telefonata consapevole che la strada è segnata: sarà Bucefalo a montare Figaro per l’Aquila.
Da lì in poi, il Palio del 1988 diventa anche un affare di coscienza. Romei racconta di notti insonni, con il peso della responsabilità sulle spalle: viene da un anno in cui la Pantera ha appena vinto, sa di avere in mano il cavallo che tutti considerano il migliore, ma conosce anche i difetti di Figaro e i limiti di un fantino ancora giovane.
Alla mossa, la storia prende la piega che tutti ricordano. Bucefalo chiede – e ottiene – di potersi costruire il posto migliore, anche cambiando posizione fra i canapi. Renato, al canape, arriva persino a beccarsi una censura per essersi sporto troppo, nel tentativo di seguire e favorire le scelte del suo fantino. Una condotta che, nel dopo-Palio, viene giudicata “non corretta” dalla giustizia, ma che in quel momento, agli occhi del Capitano, è l’unico modo per provare a vincere.
Quando Bucefalo e Figaro tagliano la bandierina, Romei dice di aver avuto la certezza della vittoria già qualche metro prima: sul palco fa gesti che lui stesso definisce “un po’ strani”, travolto dalla gioia. Poi scende di corsa, raggiunge i ragazzi dell’Aquila sotto, e il Palio lo prende letteralmente in mano: quella stoffa non è solo un trofeo personale, è la ricompensa per una generazione di giovani che lo hanno sostenuto anche nei momenti più difficili.
Il prezzo della fiducia: Palii persi e ferite aperte
La scelta di credere in Bucefalo non è fatta solo di gloria. Arrivano anche i rovesci, e sono rovesci che fanno rumore. Nel luglio 1990, con Uberta già protagonista nel Nicchio l’anno precedente, l’Aquila si presenta al canape con un’accoppiata in grado, sulla carta, di fare molto male alla concorrenza.
Romei, uomo di strategia, lavora prima del Palio a un possibile gioco di rincorsa con la Torre, ragionando su come evitare che il nemico comune possa prendere il largo. Ma la Piazza ha le sue logiche: alla prima mossa, non valida, un torraiolo scende dal palco e minaccia Bucefalo; alla seconda, Cianchino non entra, preoccupato di favorire troppo l’Aquila e di compromettere il proprio Palio. È il segnale che gli accordi sulla carta non sempre reggono al contatto con la realtà del canape.
Quando il Palio finalmente parte, Maurizio esce bene, ma si fa prendere la mano: cavallo velocissimo, traiettoria troppo stretta a San Martino, e la corsa finisce lì. Per Romei è uno dei Palii più dolorosi: è convinto che, con una gestione diversa, l’Aquila avrebbe potuto giocarsela fino in fondo.
Il dopo-Palio è teso. Alcuni torraioli cercano Bucefalo davanti al video, volano spintoni, Romei racconta di essere finito al pronto soccorso dopo aver ricevuto una pedata mentre cercava di riportare tutti alla calma. La Torre verrà poi squalificata, ci saranno scuse, ma resta la sensazione di un equilibrio ormai incrinato.
Da lì nasce, lentamente, la fine del rapporto tecnico tra l’Aquila e Bucefalo. Non per mancanza di affetto, ma perché, come dice Romei, “certe storie finiscono quando ti rendi conto che non puoi più proteggere tutti”.
Aceto, il fantino da cui non si aspettava più nessuno
Se con Bucefalo Romei fa la scelta del “futuro”, con Aceto sceglie il “presente” più controverso. Nel 1992, l’Aquila si ritrova con Galleggiante in sorte e un bivio davanti: affidarsi a un fantino percepito come in fase calante, che non vince dal 1985, o cercare soluzioni più “sicure” sul mercato del Palio.
Per molti, Andrea Degortes è un mito già archiviato; per il Capitano, no. Romei vede un uomo che ha ancora fame, che può caricarsi sulle spalle una Contrada intera e trasformare la pressione in energia. La scelta di puntare su Aceto non è indolore: in Contrada si chiede un’assemblea, si discute, emergono dubbi, perplessità, qualche timore. Renato chiede fiducia e si assume la responsabilità piena: o si vince così, o sarà lui a pagarne il prezzo.
Le prove non aiutano. Galleggiante mostra qualche problema fisico, Andrea lo segnala con insistenza, qualcuno spingerebbe per interventi più decisi sul cavallo. L’Aquila si affida al proprio maniscalco, Ido Fantini, e al veterinario di riferimento, cercando la misura giusta tra cura e rispetto per l’animale.
La sera del 2 luglio 1992, la mossa è un condensato di tensioni. La Pantera fa la sua parte, le rivalità si intrecciano, ma alla fine è Aceto a costruire la vittoria, interpretando alla perfezione cavallo, canape e situazione. Romei descrive quel Palio come qualcosa di “indescrivibile”, capace di far evaporare in un istante l’invidia provata, anni prima, di fronte alle vittorie altrui.
In quel giro di Piazza ci sono tutti i fili della sua storia: la fedeltà ai propri fantini, la capacità di reggere le contestazioni interne, la lucidità nel dare fiducia a chi, all’esterno, sembrava ormai “finito”. L’Aquila torna a trionfare, e lo fa con un cavallo e un fantino che avevano bisogno, entrambi, di qualcuno disposto a crederci ancora.
Rifiutare Aceto con la Torre: una questione di onore
Proprio il nome di Aceto torna in un altro snodo decisivo del capitanato di Romei. Nel 1991, con Figaro alla Torre e Guido Mannucci in regia, l’Istrice si fa tramite di una proposta pesantissima: offrire all’Aquila la possibilità di montare Degortes in casacca torraiola, con un ritorno economico importante.
Romei rifiuta. Le ragioni sono due, chiarissime nella sua memoria: la lealtà verso il proprio fantino, Bucefalo, che in quel momento è ancora “il” fantino dell’Aquila; e la sensazione che ci sia qualcosa di stonato in quell’accoppiata, una forzatura che non si sente di avallare.
Durante le trattative, una frase di un dirigente della Torre lo ferisce profondamente: un’osservazione sulle briglie tenute da Bucefalo che suona come un insulto all’Aquila e al suo modo di vivere il Palio. È il momento in cui capisce che, al di là dei soldi, c’è un limite che non vuole superare.
Il paradosso è che, un anno dopo, sarà proprio lui a ridare centralità ad Aceto, ma in casacca giallo-blu, non con i colori di un’altra Contrada. In mezzo, una linea di coerenza: la scelta di non “vendere” il proprio fantino, di non trasformare in merce ciò che per lui resta, prima di tutto, una relazione umana.
L’uomo dietro il Capitano
Raccontando Bucefalo e Aceto, si rischia di dimenticare che dietro c’è sempre Renato Romei, con i suoi dubbi, i suoi errori, le sue fedeltà. Nell’intervista, il ricordo corre spesso a figure come il maniscalco Ido Fantini, il veterinario Paolo Botti, i mangini e i giovani della Contrada che lo hanno sostenuto anche nei momenti più amari.
Parla delle minacce ricevute, delle scritte sui muri, delle discussioni feroci con alcuni panterini, ma non usa mai questi episodi per mettersi al centro come vittima: preferisce sottolineare come, nonostante tutto, Siena resti la città più bella di tutte, e il Palio una Festa che vale la fatica di sopportarne anche gli aspetti più duri.
Ai giovani dell’Aquila, il messaggio implicito è semplice e forte: amare la Contrada significa anche accettare il peso delle scelte, ricordando che dietro ogni fantino, ogni Capitano, ogni cavallo c’è sempre una persona, con le proprie fragilità. Bucefalo e Aceto, nelle sue parole, non sono solo protagonisti di Palii famosi: sono compagni di strada in un tratto di vita in cui l’Aquila ha osato scegliere, rischiare, soffrire e gioire insieme.
La puntata di Ricordi di Palio dedicata a Renato Romei restituisce queste sfumature con la forza della voce diretta, dei dettagli, dei silenzi fra una risposta e l’altra. Vale la pena guardarla fino in fondo, per ritrovare nel volto di “Rommel” non solo il Capitano delle grandi strategie, ma l’uomo che, nel bene e nel male, ha vissuto il Palio come un atto d’amore verso la sua Contrada.
Buona visione!

