Le tre vite di Gioacchino Calabrò, detto Rubacuori
Fu fantino entrato nella Storia del Palio di Siena, poi affermato avvocato a Napoli e Milano, ma tornò a Siena per fare il mossiere e poi volle morire nella nostra città
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Gioacchino Calabrò, detto Rubacuori, è uno di quei personaggi che Siena adotta e non lascia più andare, anche quando la vita lo porta lontano, tra aule di tribunale e grandi città. Studente fuorisede, fantino vincitore, avvocato affermato, poi mossiere e, infine, senese per scelta: la sua parabola sembra disegnata apposta per tornare sempre lì, in prossimità della Mossa, dove il destino del Palio si decide in pochi istanti e una vita intera trova il suo senso più profondo.
Lo studente che si innamora del Palio
Tutto comincia con un ragazzo che arriva a Siena per studiare, senza sapere che la città lo stava aspettando. Scopre il Palio quasi per caso, come spesso accade a chi non è nato “sotto una bandiera”, ma basta poco perché quel mondo di Contrade, colori e tamburi diventi il suo orizzonte quotidiano. Si avvicina al tufo con curiosità, poi con rispetto, poi con una passione che diventa vocazione.
Nel clima carico di significati del cosiddetto Palio della Pace del 20 agosto 1945, quando la corsa assume un valore simbolico che va oltre la semplice Carriera, quello studente che pare uno dei tanti viene chiamato a scrivere una pagina destinata a restare nella Storia del Palio e di Siena. Monta contro ogni pronostico, con l’etichetta del debuttante che “non può” disturbare i grandi. E invece, in quella Piazza del Campo attraversata da passioni in conflitto, trova la lucidità e il coraggio dei campioni. Vincerà quel Palio inatteso, strappando un grido alla folla e prendendosi un posto nella memoria paliesca.
La vittoria nel Palio della Pace
Il Palio della Pace non è solo una data in più negli almanacchi, ma una ferita che si ricuce e un desiderio collettivo di ripartire dopo la guerra. In questo contesto, Rubacuori entra nella storia come il fantino che scompagina le gerarchie, simbolo di un Palio che, proprio quando sembra scritto, si lascia sorprendere dall’imprevisto. Quella vittoria, arrivata contro le logiche dei barberi più blasonati e delle combinazioni più attese, racconta il Palio nella sua essenza: niente è davvero deciso, finché i tre giri non sono compiuti, e un ragazzo diciottenne può diventare uomo in pochi secondi al galoppo sul Campo di Siena.
Per il giovane Gioacchino, il successo non è solo un trionfo, ma un Patto con Siena. Il suo nome comincia a circolare nei discorsi di contrada, si intreccia con i racconti di chi era in Piazza “quel giorno” e ha visto con i propri occhi la nascita di un fantino che nessuno potrà più considerare semplice comparsa. Da lì, la città lo riconosce, lo abbraccia, lo rende uno dei tanti volti di quella lunga galleria di uomini del Palio che non si dimenticano.
Dalle aule di giurisprudenza ai tribunali
Ma la vita di Rubacuori non si esaurisce tra canape e nerbo. Lo studente di Siena è, prima di tutto, uno studioso di diritto, uno che si nutre di codici e sentenze con la stessa fame con cui ha imparato il tracciato di Piazza del Campo. Conclusi gli studi, sceglie la strada dell’avvocatura e lascia la città che lo ha consacrato fantino, portando con sé però il ricordo vivo delle contrade e di quel Palio che gli ha cambiato la vita.
A Napoli e Milano costruisce una carriera brillante, rispettata, segnata da impegno, rigore, capacità di analisi. Lì, lontano da Siena, Gioacchino diventa l’avvocato Calabrò, professionista stimato, capace di muoversi tra arringhe, udienze, decisioni difficili, con quella stessa freddezza lucida che un tempo gli serviva per leggere una mossa complicata o una partenza bloccata dai giochi di nervi. È un’altra vita, apparentemente distante da quella del fantino, ma in realtà nutrita dagli stessi valori: coraggio, responsabilità, sangue freddo nei momenti che pesano.
L’incontro in treno e l’altra metà del cielo
Su un treno, in uno di quei non-luoghi dove i destini s’incrociano per caso e per destino, Rubacuori incontra Graziella, la donna della sua vita. Non servono troppe parole per descrivere quel momento: è riconoscimento immediato, come se l’avesse già cercata prima ancora di conoscerla. È subito scelta, progetto, desiderio di condividere il cammino.
La vita privata si intreccia così con quella professionale: accanto all’avvocato, c’è l’uomo innamorato, che porta con sé non solo codici e faldoni, ma anche il ricordo di un Palio vinto e di una città che continua a chiamarlo. Quella storia d’amore, nata fra una stazione e l’altra, diventa il centro di gravità attorno a cui ruotano i successivi passaggi della sua esistenza.
Il ritorno in Piazza come mossiere
A un certo punto, però, il richiamo del tufo torna a farsi sentire. L’avvocato che ha imparato ad argomentare davanti ai giudici viene chiamato a svolgere un ruolo delicatissimo: salire sul Verrocchio come mossiere. Non più fantino, ma il più fantino dei fantini, come se ogni esperienza vissuta prima lo avesse preparato proprio a quel posto sospeso tra cielo e Piazza.
Essere mossiere significa conoscere, e saper governare, le malizie di chi prova a sfruttare ogni centimetro e ogni secondo per trarne vantaggio. Calabrò porta sul Verrocchio la doppia competenza del giurista e dell’uomo di Palio: da un lato, la consapevolezza delle regole e del loro valore; dall’altro, la conoscenza profonda dei trucchi, degli sguardi, dei silenzi che precedono la Mossa. Sa cosa passa per la testa dei fantini, perché è stato uno di loro. Sa quanto Siena pretenda imparzialità e fermezza da chi regge il canape, perché ha visto la città gioire e soffrire per un nulla di troppo o di meno concesso.
In quei minuti eterni che precedono l’abbassamento del canape, il mossiere Calabrò è chiamato a tenere insieme tensione, equità, rispetto per la Festa. Un ruolo che non perdona esitazioni, ma che lui interpreta come un ultimo atto d’amore verso il Palio e verso quella Piazza che lo ha lanciato verso la gloria quando era solo uno studente.
Tornare a Siena per viverci e morirci
C’è un dialogo silenzioso, ma potente, tra lo studente di un tempo e l’avvocato affermato. È come se il primo, quello che si era nutrito di giurisprudenza e di tufo, dicesse al secondo che il cerchio non può chiudersi lontano da Siena. Non basta esserci tornato come mossiere, non basta aver rivestito un ruolo chiave nel cuore della Festa: c’è il desiderio di appartenere definitivamente a quella città, di farne la propria casa non solo del passato, ma anche del presente e dell’ultimo futuro.
Rubacuori sceglie allora di rientrare a Siena, non da ospite, ma da concittadino per scelta. È un ritorno che sa di riconciliazione e compimento: qui aveva vinto il Palio, qui aveva respirato la vita di contrada, qui aveva ritrovato il senso più autentico del suo camminare nel mondo. Qui vuole restare, fino alla fine. Il suo desiderio di morire a Siena non è un gesto romantico fine a se stesso, ma l’espressione più limpida di un’appartenenza profonda, conquistata e mai più messa in discussione.
Tre vite, tre giri di Piazza
Fantino vittorioso, mossiere, senese per libera decisione: sono le tre vite di Gioacchino Calabrò, percorse al galoppo, proprio come i tre giri di Piazza del Campo. Tre, numero di equilibrio e di compimento, che qui diventa la misura perfetta di un’esistenza iniziata e conclusa nell’orbita della Mossa, là dove tutto può cominciare e tutto può finire.
In questa triplice parabola c’è l’essenza del rapporto tra un uomo e il Palio: la corsa è un momento, la memoria è per sempre. Ricordare Rubacuori significa onorare non solo il fantino che ha scritto una pagina importante del Palio della Pace, ma anche l’avvocato rigoroso, il mossiere consapevole, il cittadino che ha scelto Siena come approdo finale. È a lui, e a storie come la sua, che progetti come Ricordi di Palio dedicano il loro lavoro, perché certi destini non vadano dispersi ma continuino a vivere, anno dopo anno, nelle voci dei contradaioli e nel rullare dei tamburi.

