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Rondone: cuore e cattiveria di un guerriero del Monte Amiata

Rondone: cuore e cattiveria di un guerriero del Monte Amiata

Tempo di lettura: 6 minuti

C’è una fotografia, a Livorno, appesa nel rustico della figlia di Donato Tamburelli. Ritrae una parata a San Martino, agosto 1967: Rondone nel Nicchio, Andrea Degortes nell’Oca, una redine tirata con tutta la forza di un uomo che ha appena restituito i soldi dell’avversario pur di fare quello che ritiene giusto. Quella foto racconta più di mille parole chi fosse Donato Tamburelli, detto Rondone — ventitré anni di Palio, un Cencio solo, e una storia che ha il sapore aspro e autentico della Maremma. Ricordi di Palio è andato a trovarlo a Livorno, dove vive ormai da anni, e lo ha ritrovato come sempre: dritto, elegante, con le mani in tasca, e una memoria che non lascia scampo.

Da Seggiano alla Piazza: pastori, somari e cavalli veri

Donato Tamburelli nasce a Seggiano, sul Monte Amiata, il 14 febbraio 1934 — giorno di San Valentino. Il padre compra e rivende cavalli in Maremma, porta le mandrie su e giù per le strade di sterro dell’Amiata. Quando Donato ha undici anni, il padre muore. Da quel momento in poi, lui è già un uomo.

La sua formazione avviene nelle corse di paese: ogni festa del Monte Amiata aveva il suo culmine nella corsa dei cavalli, e Donato monta tutto quello che trova, con i pantaloni di velluto che «attaccano meglio quando il cavallo suda», senza stivali bianchi da fantino. Già a quattordici anni dà prova del carattere che lo accompagnerà per tutta la vita: a Castel del Piano, pur di andare a ballare la sera, tratta con un avversario il prezzo di una mossa favorevole; poi, non ricevendo niente, porta il cavallo dritto alla prima curva e manda tutto il gruppo a finire contro la corda. Ne nasce un finimondo. Alla questura, il maresciallo cerca di capire come sia andata: «Il cavallo andava dritto», risponde Rondone, e la cosa finisce lì.

Fontani, Vittorino e l’Amiata a Siena

Quando Donato arriva a Siena, ci arriva come tutti i fantini di quei tempi: da Ettore Fontani, il grande mediatore che controllava le scuderie, gestiva i cavalli e smistava i fantini. Lì incontra Giorgio Terni, detto Vittorino, cresciuto nello stesso paese, quasi coetaneo: «Io e Vittorio siamo cresciuti insieme». Il debutto nel Drago arriva nel 1954, non grazie a Fontani — con cui il rapporto si guasterà presto — ma grazie a due prove memorabili durante le trattative, in cui Rondone tiene fermo per tre giri il grande Gentili e manda giù Ganascia a San Martino. Tre capitani si presentano subito dopo.

Il soprannome nasce nel Drago: c’era una ragazza bionda, bella, e Donato — vent’anni, voglia di vivere — ci girava intorno. Mario Bianciardi lo osserva e dice: «Come ti chiami, Rondone?». Andarono in Comune a registrarlo. «È venuto fuori perché c’era questa ragazza», racconta Donato ridendo. In realtà il soprannome fissa qualcosa di più profondo: un uomo che non sta mai fermo, che gira intorno alle cose come un rondone intorno ai campanili, rapido e imprevedibile.

Il codice di un guerriero scomodo

Donato Tamburelli ha vestito il giubbetto di tutte le Contrade tranne quello della Nobile Contrada dell’Oca. Non per rancore verso la Contrada, ma per un conflitto personale con Fontani, che «comandava tutto e tutti, ma a me non andava di fare certe cose che chiedeva lui». Di cosa si trattasse, Rondone non lo ha mai detto: su certi silenzi, racconta la rivista Il Carroccio in un articolo del 2003, si chiude «con un silenzio che appare più segreto degli archivi segreti del Cremlino».

Il suo codice era però preciso. Nell’agosto del 1967, nel Nicchio con Fiamma, riceve soldi dall’Oca per non guardare Andrea Degortes e Danubio. Ma alla prima prova sente che non va: il Nicchio era come una famiglia. Va da Andrea e gli dice: «Ti devo venire addosso e non posso, a questa Contrada non lo posso fare. Non c’è cifra. Guardati». Restituisce i soldi, para Andrea a San Martino come può, e perde il Palio. Ma dorme. Nel 1969, nel Nicchio, ha in tasca dall’inverno i soldi della Nobile Contrada dell’Oca per far vincere Aceto di Fontebranda. Nei giorni del Palio lo morde la coscienza: va da Andrea Cioni e gli dice di mandarsi a riprendere i soldi. «Questa al Nicchio non gliela posso fare. Perché, vedi, le Contrade le fanno le persone. E il Cioni era un grande». E vince per il Nicchio.

Rondone e Tristezza: la rivalità che fece il Palio moderno

Nell’intero panorama del Palio degli anni ’50 e ’60, ci sono due figure che si tengono testa, si rincorrono e si erodono a vicenda come due lame affilate sullo stesso banco: Donato Tamburelli e Saro Pecoraro. L’uno agitato, esplosivo, maestro della mossa e del gioco; l’altro freddo, metodico, implacabile — tanto da guadagnarsi il soprannome di Tristezza per quell’espressione seria e concentrata che non lasciava trapelare nulla.

La rivalità con Vittorino — Giorgio Terni, il compaesano dell’Amiata con cui Rondone era cresciuto e aveva imparato il mestiere — era cosa diversa: una fratellanza competitiva, quasi affettuosa. «Io e Vittorino eravamo un’accoppiata che rompeva le scatole: lui vinceva, io gli facevo da spalla», racconta Rondone. Con Tristezza invece il rapporto aveva una tensione diversa, più tagliente: due stili opposti, due letture della Piazza inconciliabili, e spesso Contrade che li mettevano l’uno contro l’altro per conto loro.

Il Fontani lo sapeva benissimo: «Sei la mia spada di Damocle», diceva a Rondone. Perché Rondone era imprevedibile, e l’imprevedibile spaventa chi vuole controllare tutto — e Tristezza, nella sua precisione glaciale, era invece una garanzia calcolabile. Due modi di stare in Piazza che insieme hanno definito un’epoca.

Non fu solo antagonismo: fu anche solidarietà vera. Nel 1956, avvelenato da una cena di pesce a Poggibonsi, Donato si rifiuta di operarsi e torna a casa con una peritonite. Sono Lazzaro e Vittorino a portarlo d’urgenza al pronto soccorso di Siena alle due di notte. Il professor Rocco lo opera d’emergenza. «Bastava un’altra mezz’oretta», gli dirà il dottore la mattina dopo. Tre monumenti del Palio che trascorrono le serate insieme, si salvano, e poi si cercano di nuovo in Piazza. Un mondo che non esiste più.

Il Palio che non fu mai e la lezione di dignità

Rondone vince un solo Palio: il 1958, nel Montone. Un Cencio che porta con sé il peso di tutto quello che non fu. Perché in ventitré anni di Piazza, Donato Tamburelli ha avuto tra le mani cavalli feriti che nessuno gli diceva essere feriti, messe favorevoli che si rovesciavano all’ultimo secondo, accordi saltati per mancanza di buona fede altrui. Cavalli che andavano dritti in San Martino, come Arianna nel luglio del 1970 con la Lupa — «Sono partito in testa, primo giro, e lei dritta come» —, o come la cavalla dell’Istrice alla Luna, che lo manda giù al primo giro con uno strappo muscolare che gli avevano taciuto.

A Siena, racconta, «mi toccavano sempre i cavalli ignoranti». Fontani comprava i cavalli buoni in Sardegna e li teneva per sé o li dava alle Contrade amiche. Quelli difficili finivano a Rondone. Eppure lui li portava in Piazza lo stesso, e spesso li trasformava: come Salomè, che scappava a tutti, e che lui domò semplicemente cambiandole il morso, mettendogliene uno fasciato di cotone che «non sentiva male e non tirava più. L’ho portata in piazza: era un orologio».

Ha smesso nel 1976, quando lo ha deciso lui. «All’inizio della mia carriera giurai a me stesso che non avrei mai fatto come quei fantini che elemosinavano la monta». E ha mantenuto la parola. Un unico rimpianto, quello che confida con onestà quasi secca: non aver scelto, a un certo punto, di essere il vincente. Di lasciare il proprio nome nella storia con più Cenci. Ma forse è proprio questa scelta — o non-scelta — che ha fatto di lui una figura così nitida, così libera, così difficile da dimenticare.

La puntata completa di Ricordi di Palio dedicata a Donato Tamburelli “Rondone” è disponibile sul canale YouTube del progetto. Se hai ricordi o storie che si intrecciano con questa, lascia un commento: ogni voce in più è un pezzo di memoria in più per Siena. 

Buona visione!

Fabrizio Gabrielli

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