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Antonio Zedde, detto Valente: di nome e di fatto

Valente: molti fatti, poche parole

Tempo di lettura: 6 minuti

C’è un tipo di uomo che il Palio lo racconta attraverso quello che ha fatto, non attraverso quello che dice. Antonio Zedde, detto Valente, è esattamente questo: un fantino che viene da lontano, dall’entroterra sardo di Nuragugume, che arriva a Siena quasi per caso e finisce per lasciare un segno che dura generazioni. Ricordi di Palio gli ha dedicato una puntata che è al tempo stesso ritratto di un uomo e fotografia di un’epoca irripetibile del Palio.

Da Noragugume alla Piazza: un viaggio lungo una vita

Antonio Zedde nasce il 7 maggio 1942 a Noragugume, paese dell’entroterra sardo dove il cavallo non è un lusso, è uno strumento di fatica quotidiana. Suo padre aveva sempre i cavalli in casa, e lui ci salì sopra da ragazzo, prima per necessità, poi per passione. A quattordici, quindici anni partecipava già alle corse di paese, con quella padronanza istintiva che non si insegna nei maneggi.

Arriva in Toscana nel 1967, seguito da uno zio che si era già sistemato nella zona della Val d’Arbia. Fa l’agricoltore, la pastorizia, il lavoro dei campi. Ma il cavallo non lo molla mai. È nella seconda metà degli anni Sessanta che scopre il Palio — non dalla televisione, non dai libri, ma dal basso, andando a montare i cavalli da Dante Malatesta insieme alla cavalla Gabria, poi Ferida. Nel 1968 si presenta alle batterie per la prima volta. Ha ventisette anni ed è praticamente un autodidatta.

Un fantino “inventato”: la scommessa dell’Onda

La storia di come Antonio Zedde diventò Valente è una delle più singolari del Palio moderno. A raccontarla è chi quella scommessa la giocò in prima persona: la dirigenza della Contrada Capitana dell’Onda, che a cavallo tra il 1970 e il 1971 si mise a scandagliare i dintorni di Siena in cerca di un fantino alternativo ai grandi nomi del momento. Aceto era nell’Oca, Canapino era altrove, Rondone nella Torre: i big erano tutti occupati. L’Onda cercava un’altra strada.

Fu Bernardino Rizzi a credere nello Zedde, dopo averlo individuato tra i sardi che vivevano e lavoravano attorno a Siena. Era un uomo di cavalli, era orgoglioso come solo i sardi sanno essere, era difficile da convincere ma anche da disarcionare. Lo mandarono a imparare i rudimenti del Palio — la partenza, le redini, il ritmo della Carriera — sia da Ganascia sia da Vittorino. «Lo Zedde più che un fantino scoperto fu un fantino inventato», disse chi lo seguì in quegli anni. E non era un’accusa: era il riconoscimento di un lavoro paziente, cocciuto, fatto di fiducia e di tempo.

Il soprannome Valente non lo inventò nessuno a Siena. Veniva dal sardo: balente, valoroso, capace, degno di rispetto. Quando al momento della prima segnatura gli chiese come si chiamava nel paese, lui lo disse — o lo confessò — e quel nome rimase per sempre.

Il 16 agosto 1972: Orbello e lo slalom che fece la storia

Il suo primo Palio nell’Onda fu nel luglio 1971, su Gabria. Rimase a cavallo — cosa non scontata per un esordiente — fece tre giri solidi e gli ondaioli lo portarono in trionfo nel dopoprova. Il rapporto con la Contrada continuò, tra assemblee tumultuose, trattative notturne e la costante incertezza su se valesse davvero la pena puntare su uno Zedde ancora acerbo contro un campo pieno di fantini più esperti.

Poi arrivò il 16 agosto 1972, con Orbello. Il cavallo aveva un problema a un fettone — quella sporgenza callosa nella sola dello zoccolo — risolto artigianalmente con una lamina di latta incastrata tra il ferro e lo zoccolo per proteggerlo dal contatto con il tufo. Era una soluzione semplice, quasi domestica, trovata grazie a una soffiata di un uomo che conosceva bene il cavallo. Funzionò.

Quella sera Antonio non partì primo — non era il suo stile — ma condusse uno «slalom formidabile» tra cadute, errori altrui e un campo che si sfaldava giro dopo giro. Quando Aceto nell’Oca cadde a San Martino, Orbello era già in rimonta. «Si vince un bel palio grazie agli errori degli altri», disse lui con quella sintesi asciutta che lo caratterizzava. Arrivò al bandierino senza alzare il nerbo — forse non aveva ben contato i giri, forse semplicemente non ci aveva pensato. Ma aveva vinto. L’Onda festeggiò, e a Nora Cucume, dove la RAI cominciava ad arrivare nelle case, dissero che il soprannome era quello giusto.

La Chiocciola, Quebel e il cascatone che non dimentica nessuno

Dopo la fine del rapporto con l’Onda — un divorzio non senza dispiacere, legato alla necessità della Contrada di avere un fantino disponibile a tempo pieno, mentre Zedde conciliava il Palio con il lavoro nei campi — arrivò la Contrada della Chiocciola. Fu Ranieri a cercarlo. E con la Chiocciola vinse il secondo Palio: il 2 luglio 1976, su Quebel, un grigio sardo capobranco che si presentava in Piazza per la prima volta.

Quel Palio è uno di quelli che i contradaioli raccontano ancora con gli occhi spalancati. Alla prima curva di San Martino — quella maledetta curva dove si decide spesso tutto — cadde lui, ma cadde quasi tutto il campo dei partenti. Quebel scappò via scosso, inseguito da Rucola della Giraffa. Antonio si rialzò, si spolverò, e fece quello che nessun manuale prevede: si mise a seguire il proprio cavallo a piedi, incoraggiandolo a ogni passaggio, scacciando con il nerbo uno scosso che rischiava di intralciarlo, tenendo la scena come se fosse ancora in sella. Al terzo giro, Quebel tagliò il traguardo primo.

«Pensavo di aiutarlo quando passava a San Martino», disse Antonio, con la stessa semplicità con cui avrebbe spiegato come si doma un cavallo in Sardegna. Non c’era retorica. C’era un uomo che aveva fatto quello che doveva fare.

L’uomo dentro il giubbetto

Quello che emerge dalla puntata di Ricordi di Palio dedicata a lui è soprattutto questo: Antonio Zedde era un uomo per bene in un mondo che non sempre premia la correttezza. Chi lo conobbe da vicino lo descrisse come qualcuno che «non ha l’abito del delinquente di piazza» — e lo disse come un complimento, non come una critica. Nel 1974, infortunato a una spalla, rifiutò una monta nella Contrada della Chiocciola spiegando con onestà che non era in condizione di correre il Palio. Non prese i soldi e non salì in sella. È un gesto piccolo, ma in certi ambienti pesa come una vittoria.

La sua carriera finì bruscamente nel 1978, con una squalifica dopo un episodio nell’entrone — una provocazione mal digerita, una reazione d’orgoglio sardo che costò cara. «Se sapevo come andava a finire non l’avrei fatto», disse. E quella frase chiude una carriera meglio di qualsiasi elogio.

I cromosomi di Antonio Zedde — il senso del cavallo, l’orgoglio, la determinazione — li ritroviamo nei due figli che hanno calcato la Piazza del Campo: Giuseppe Zedde, detto Gingillo, e Virginio Zedde, detto Lo Zedde. Figli d’arte, nel senso più pieno del termine: non perché abbiano copiato il padre, ma perché da lui hanno ereditato qualcosa che non si insegna in nessuna scuola di fantini.

La puntata completa di Ricordi di Palio dedicata ad Antonio Zedde è disponibile sul canale YouTube del progetto. Se hai ricordi o storie che si intrecciano con questa, lascia un commento: ogni voce in più è un pezzo di memoria in più per Siena. 

Buona visione!

Fabrizio Gabrielli

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