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Peppinello, due Palii e una vita a cavallo

Peppinello, due Palii e una vita intera a cavallo

(tempo di lettura dell’articolo: 6 minuti)

(durata del video 2h 4′)

Ci sono storie del Palio che non si misurano in statistiche, ma in cicatrici dell’anima.
Quella di Giuseppe Vivenzio, detto Peppinello, è una parabola breve in Piazza del Campo e lunghissima ovunque passasse un cavallo, dalle piste di provincia ai set cinematografici, fino alle scuderie della via Flaminia.

Nato a Lauro, in provincia di Avellino, il 13 giugno 1939, Peppinello cresce letteralmente dentro le mangiatoie, dormendo nelle stalle dove il padre lavorava.
Roma, con l’ippodromo delle Capannelle e il richiamo di Cinecittà, diventerà la sua base, ma è Siena – con due vittorie in due Carriere – a trasformare il fantino irpino in un nome che, ancora oggi, accende discussioni e nostalgie.

Un uomo nato per stare coi cavalli

Il figlio Alessandro lo racconta con una semplicità disarmante: “prima pensava ai cavalli e poi al resto”.
Peppinello esce la mattina presto, rientra la sera tardi, sempre tra scuderie, allenamenti, viaggi in tutta Italia, spesso anche all’estero, inseguendo quel filo invisibile che lo tiene legato ai cavalli in ogni forma di spettacolo o competizione.

Non è solo un Fantino: è uno di quei “personaggi del cavallo” a 360 gradi.
Lavora nel cinema come cascatore e controfigura, guida carrozze nei film storici, collabora con il circo di Alida Orfei, prepara cavalli per pubblicità e spettacoli, senza mai perdere quella fame di rischio e adrenalina che lo rende inconfondibile.

Accanto alla monta, emerge una competenza quasi artigiana, da medico empirico del cavallo.
Alessandro ricorda cavalli zoppi che entrano in scuderia e ne escono dritti, iniezioni fatte con mano sicura, piccoli miracoli quotidiani di uno che sul cavallo “sapeva dove mettere le mani” come pochi.

L’approdo a Siena e il sogno del Palio

Il Palio entra nella vita di Peppinello passando da un bar romano gestito da senesi, dove i racconti di Piazza del Campo, dei nervi e dei grandi premi fanno scintillare la sua immaginazione.
Le prime prove generali sono nelle corse di provincia, come a Buti, dove riesce a battere un mostro sacro come Vittorino sulla favoritissima Gigolette: un segnale che quel ragazzo di Lauro ha qualcosa in più.

A Siena si accorge di lui il “Sor Ettore” Fontani, impegnato a trovare l’erede di Ciancone per la Nobile Contrada dell’Oca, dopo le delusioni del post 1961.
Sul suo cammino c’è un altro giovane che verrà da lì a poco considerato il più grande di tutti: Andrea Degortes, Aceto. I due iniziano quasi in parallelo, tra le batterie, le prove e le prime trattative con i capitani.

Nel luglio 1964, mentre l’Oca esita e gli preferisce altri, il Destino lo porta nel Drago su una cavallina che cambierà tutto: Arianna.
Dall’altra parte dei canapi, sempre al debutto, c’è proprio Aceto nel Bruco su Olimpico: due esordienti, due futuri simboli di un’epoca, che si misurano al canape sotto gli occhi della città.

Il cappotto perfetto: due vittorie in due Carriere

Il 2 luglio 1964, con il mossiere Wilson Pesciatini, Peppinello mantiene la promessa che ripete da giorni: “la sera del Palio salto il canape”.
Al via, il Drago schizza davanti con Arianna, tallonato dalla Lupa di Lazzaro e dalle favorite Nicchio e Tartuca. Al primo San Martino le posizioni restano cristallizzate, ma è nel tempo lungo dei tre giri che emerge la freddezza del debuttante.

Peppinello affronta San Martino con un uso sapiente del nerbo, guida la cavalla come un veterano, tiene a bada gli attacchi di Canapetta e Lazzaro e porta il Drago al terzo trionfo ravvicinato dell’epopea di Kinda Barzellotti.
Quando scende da cavallo, raccontano che ha lo zucchino spinto fin quasi alle orecchie, due rivoli di bava ai lati della bocca e il nerbo che viene strappato dai contradaioli, assetati di reliquie dopo l’ennesima impresa.

Quella vittoria lo riporta prepotentemente nell’orbita dell’Oca, che in agosto gli affida Selvaggia.
Da lì, però, la storia prende una piega che ancora oggi divide commentatori e contradaioli: la fuga da casa Fontani, l’arrivo nella Contrada della Chiocciola, l’incidente di Solitario e il Palio vinto da Danubio scosso con il giubbetto giallo e rosso.

Il cappotto – due Palii vinti nelle uniche due Carriere corse – è un 100% statistico che lo iscrive in una ristrettissima élite, ma, paradossalmente, segna l’inizio della sua discesa nel mondo del Palio.

Un carattere forte in un mondo di equilibri fragili

Tutti riconoscono a Peppinello un talento naturale a cavallo, una scaltrezza da mestierante e un coraggio quasi incosciente, alimentato dall’adrenalina.
Eppure, questo stesso carattere, impulsivo e poco incline ad “abbassare la testa” quando la strategia lo richiederebbe, lo rende mal tollerato in un sistema complesso come quello del Palio.

I rapporti con le contrade sono intensi ma fragili, segnati da amicizie, incomprensioni, promesse, fughe e ritorni improvvisi.
Quando occorrerebbe farsi “manovrare” dalla dirigenza o accettare certe regole non scritte, Peppinello preferisce dire la sua, anche a costo di mettersi contro capitani e rettori, come accade con l’Oca dopo il cappotto.

La rivalità con Aceto ha il sapore amaro delle sliding doors del Palio: si sono aiutati, hanno iniziato insieme, si sono trovati di fronte e, col tempo, hanno incarnato due traiettorie opposte.
Nel 1994, ormai lontano dalla Piazza, Peppinello arriva a dichiarare che in una sfida a due “lo batte quando vuole”, lampo di orgoglio tardivo che dice molto su quanto quella ferita non si sia mai rimarginata del tutto.

Il padre, l’uomo, l’eredità oltre il Campo

Dietro il fantino controverso, resta la figura di un padre presente, pur con una vita randagia tra ippodromi e set.
Alessandro lo ricorda come un babbo speciale, attento, mai sbruffone, al punto che spesso sono gli altri a svelare: “lo sai chi è questo signore? Ha vinto il Palio di Siena”, mentre lui tace, coi piedi ben piantati in terra.

Colpisce l’immagine di Peppinello che, di notte, riempie pagine e pagine di memorie, andate purtroppo perdute in un trasloco: un tentativo di mettere ordine in una vita vissuta sempre “all’oggi”, senza preoccuparsi del domani.
Ne rimane il racconto orale: le serate davanti al televisore durante il Corteo Storico, con i commenti puntuali su ogni minimo dettaglio, e quei due giorni l’anno – 2 luglio e 16 agosto – in cui in casa “non vola una mosca” e il Palio riapre tutte le ferite.

Peppinello se ne va il 4 gennaio 2021, lasciando dietro di sé decine di allievi, amici, colleghi che continuano a pronunciare il suo nome quando parlano di cavalli che non volevano più zoppicare, di cadute “da matti” fatte per gioco, di un mondo del Palio “che non esiste più”.
La sua eredità non è solo il cappotto del 1964, ma l’idea che dietro ogni fantino – anche quello che passa come un lampo in Piazza del Campo – ci sia un Uomo, con i suoi limiti, la sua testardaggine, le sue grandezze e le sue contraddizioni.

Buona visione, dunque, della puntata che Ricordi di Palio ha dedicato a Giuseppe Vivenzio detto Peppinello, e buona memoria, perché certe storie, per quanto scomode o imperfette, fanno parte a pieno titolo del nostro Patrimonio Immateriale.

Buona visione!

Fabrizio Gabrielli

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