Quebel, storia di una leggenda
Quebel: prima che arrivasse a Siena
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C’è un modo in cui Siena ricorda Quebel che va al di là delle vittorie, dei Palii e persino delle Contrade. È quel senso di appartenenza che un cavallo riesce a costruire con una città intera, non solo con chi ha esultato per lui sul tufo. Quebel è diventato una leggenda non perché abbia vinto le Carriere che ha vinto (e come!), ma perché quando correva — con o senza fantino in groppa — lo faceva come se non potesse fare altrimenti. Questa è la storia di quello che era, prima ancora di diventarlo.
Da Oristano a Civitavecchia: un roano senza pettine
Tutto comincia nel 1972, in Sardegna, ad Oristano. Il signor Tiselli, appassionato di cavalli, è andato giù con il suo amico Luciano Berardozzi a cercare un anglo-arabo da portare sul continente. Non cercano un campione — cercano un cavallo. Lo trovano presso un commerciante di nome Antonio Fiore. Quebel è magro, ha appena corso la Sartiglia e non si presenta affatto bene. Ha tre anni. Eppure qualcosa lo distingue già dagli altri.
«Però sì, un cavallo che poi era anche magro, perché non era venuto tanto bene. Ma quando lo vedesti…» ricorda Tiselli. Non serve finire la frase. Il cavallo fu comprato e caricato per Civitavecchia, dove Tiselli aveva la sua vita e dove Quebel cominciò a fare le sue prime uscite — a sella, in quei paesi del Lazio dove ancora si facevano corse tra appassionati, scommesse in contanti e questioni d’orgoglio da risolvere senza riguardi.
La prima corsa: Cerveteri, un purosangue e un calcio al portone
Appena arrivato sul continente, Quebel non era ancora il fulmine che Siena avrebbe conosciuto. «Era lento a partire», ricorda Berardozzi, che lo montò in quei primi anni. «Però quando sentiva galoppar dietro i cavalli, si metteva in azione.» La prima vera sfida è a Cerveteri, su una pista che i locali conoscono bene. In finale c’è anche un purosangue montato da Ercolino Manzi — un avversario tutt’altro che sprovveduto.
Berardozzi risolve il problema della partenza lenta mettendosi qualche metro avanti agli altri al via. Quebel vince la finale, ma la vittoria scatena un finimondo: gli avversari non ci stanno, la premiazione è un caos, vengono distribuiti cazzotti in stile Bud Spencer. Tiselli carica una parte di Civitavecchia dietro di sé, raggiunge la sede degli oppositori, sfonda il portone a calci e pretende — e ottiene — la coppa. «La coppa me la date, perché io ho il cavallo che ha vinto.» Quella sera, metà Civitavecchia festeggiò insieme a loro sotto un capannone.
Il carattere: una sicurezza in groppa, uno squaletto nel box
Chi ha conosciuto Quebel da vicino racconta sempre due cose opposte: irresistibile quando ci stavi sopra, pericoloso quando ci passavi davanti nel box. «Quando andavi a mettere la cavezza, si buttava come un cane», dice Berardozzi. «L’unico problema era quello. Ma quando stavi sopra era una sicurezza.»
Tiselli ha ancora il ricordo fisico di quel morso: Quebel lo afferrò per i pantaloni, si impennò, lo sollevò da terra — i pantaloni si strapparono, lui rimase illeso. «Meno male che m’ha preso solo i pantaloni.» Il vero nodo era un altro: il cavallo era largo, scomodo da montare a pelo per chi non era perfettamente allenato. Era quella scomodità che aveva fatto dire ad Aceto, durante le prove del 1977, un secco «No, no, no» e scendere da cavallo. Ma per chi sapeva stare in equilibrio su quella groppa larga, Quebel diventava qualcosa di diverso: un cavallo che voleva stare in testa, che si esaltava quando sentiva galoppare dietro di lui, che rendeva di più man mano che la competizione si stringeva.
Da Civitavecchia a Fogliano: la strada verso Siena
La strada che portò Quebel a Siena ha i contorni di una coincidenza fortunata. Fu probabilmente Vezio, il fantino di Cerveteri che aveva gareggiato contro di lui, a raccontare in giro di quel roano strano e fortissimo che stava a Civitavecchia. Prima venne a vederlo Giuliano Gambelli, già legato alla Torre, poi arrivarono i fratelli Savelli — Loris e Mario — che gestivano la scuderia di Fogliano. Loris comprò Quebel. Mario aveva già Quadrivio.
Il cavallo lasciò Civitavecchia senza che Tiselli ci andasse mai a vederlo correre a Siena. «Non ci sono voluto andare. Non mai andato a vedere il palio.» Berardozzi lo seguì, almeno per un periodo, come collaboratore alla scuderia di Mario Orsavelli, dove conobbe Quadrivio, dove assisté alla tratta del luglio 1974 — quando Quebel non fu scelto — e poi al debutto d’agosto, sotto le mani di Lazzaro Beligni detto Giove, con il giubbetto dell’Istrice. «Il resto è storia», chiude Michele Fiorini in voce off, e ha ragione.
Quello che a Siena non si sapeva di Quebel
Quando Quebel entrò in Piazza del Campo per la prima volta, nessuno a Siena sapeva delle corse a Cerveteri, della scommessa vinta, del portone sfondato a calci, della corsa a Tolfa dove aveva bruciato tutti, pur avendo già fatto chilometri in salita. Non sapevano della facilità con cui faceva paura agli altri cavalli, né di quel fagiano che era schizzato fuori da un cespuglio durante una cavalcata e lui non aveva nemmeno mosso un orecchio.
A Siena videro il risultato: un cavallo che voleva sempre la testa, che si incarogniva se qualcuno gli si metteva alle calcagna, che vinse due Palii da scosso — il 2 luglio 1976 con Valente nella Chiocciola, e il famoso Palio di Cecco Angiolieri del 4 luglio 1979, con la Civetta — diventando qualcosa che a Siena non si dimentica mai del tutto. Non solo nelle Contrade con cui vinse: in tutta la città.
Michele Fiorini chiude la puntata di Ricordi di Palio con parole che valgono come epitaffio, e che non appartengono a nessuna Contrada in particolare:
«Quebel vive ancora in questo luogo protetto. È per me il fratello che non ho mai avuto. È la leggenda, il mito, il pensiero prima di ogni appuntamento od ostacolo che la vita ha sparso lungo il mio cammino. Quebel è il mio pianto e il mio vanto, la mia personale oasi incontaminata.»
Alcune memorie non si dividono. Appartengono a tutti.
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Buona visione!

