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I Luschi – Cispa (Ottorino Luschi) e Cittino (Vieri Luschi)

I Luschi: quando il Palio passò per le mani di una dinastia

Tempo di lettura: 6 minuti

La rivincita di Cispa

Ti siedi al bar, dopo il Palio, quando le piazze si svuotano e restano solo le storie. E una di quelle storie che non tramontano mai è quella dei Luschi. Tre uomini, tre vite intrecciate con i colori delle contrade, con il sudore dei cavalli, con la gloria e il dramma di piazza del Campo. Non è una storia ordinaria di fantini: è la storia di come un ventisettenne arrivato da Giuncarico nel giugno del 1914 riuscì a cambiare il volto del Palio per tutta una decade.

Ottorino Luschi — la Tartuca lo battezzò così, Cispa, per lui che suonava come un affresco di piazza — non era uno di quelli che arrivava in città con chissà quale blasone. No. Arrivava con le mani vuote e la schiena dritta di chi ha vinto già tante battaglie nelle province, fra i barbari selvaggi e i tornei senza pietà. Nessuno poteva immaginare che quell’uomo, seduto per la prima volta su due cavalli mediocri (uno di cui si dice fosse addirittura cieco da un occhio), avrebbe scritto pagine leggendarie.

Ma il 2 luglio del 1919 accadde l’impensabile. Una carriera rocambolesca, discussa, che ancora oggi si commenta nei circoli contradaioli. I favoriti erano gli altri: Picino sulla Chiocciola, Nappa sull’Aquila — due campioni, due giganti che nel 1904 già si promettevano battaglia senza pietà, rancori che la Grande Guerra non aveva nemmeno sfiorato. Correvano sui cavalli più forti, sulle strade maestre. E invece il destino, quel buffone senza morale, decise diversamente. Al primo casato, tutti e tre i favoriti caddero, uno dietro l’altro, come le carte di un castello costruito nella malafede. Picino, Nappa, il debuttante Randellone: fuori. E dentro, dal nulla, il Leocorno con Cispa e quella benedetta giacca che nessuno credeva avesse chances.

Da quella vittoria, tutto cambiò.

Fanfara e i giri sulle ali della gloria

Dicono che certi incontri tra fantino e cavallo siano scritti già nel cielo. Così fu per Cispa e Fanfara. Una baia oscura, una cavalla che pareva fatta apposta per le mani di quel mare in mano che sapeva toccarla con una carezza e una frustata, nel dosaggio perfetto. Nel luglio del 1922 debuttò insieme, e dall’istante in cui Cispa si accasò nella monta di Val di Montone, non c’era traccia di dubbio: questa era roba seria.

Tre volte di seguito vinsero insieme — luglio e agosto 1922, agosto 1923 contro la Civetta — e Fanfara sembrò la estensione naturale delle mani di Cispa. C’è una magia in certe coppie di fantino e cavallo che i semplici cronisti non riescono a raccontare: la parte di silenzio che è uguale al grido, la parte di tremore muscolare che vince la paura, la parte di cuore puro che attraversa i tre giri di piazza.

E però anche la gloria porta con sé le cicatrici. In quel luglio del 1923, correndo per la Civetta — “la contrada nonna dell’epoca, l’unica che non aveva ancora vinto nel nuovo secolo” — Cispa arrivò secondo. Secondo! Con Fanfara! Dicono che quando scese da cavallo, un brucaiolo furibondo gli urlò in faccia che aveva vinto troppo morbidamente, che aveva tradito la maestria della cavalla. E nel rientro in contrada dovette difendersi dalle giustiziate rimostranze dei civettini: sono le ombre che inseguono anche la gloria nel Palio.

Ma Cispa non era uomo che si arrendesse. Nel 1925, stringendo un legame destinato a restare inciso nella memoria, si legò alla Chiocciola — guidata dall’orgoglioso marchese Leone de Grolet Virville, senese purosangue malgrado quel cognome francese che suonava strano fra le pietre di Siena. Con la Margiacchina, un’altra grande cavalla, conquistò vittorie che il marchese ricompensò non solo di danaio ma addirittura di un terreno e una casa. “L’ammontare dei partiti raggiunse una somma esorbitante per quell’epoca”, dicono gli storici con lo stupore di chi sa che il denaro quello sì, racchiude il valore vero delle cose.

Il tramonto di una stella

Ma ogni stella ha il suo tramonto, e il tramonto di Cispa fu precipitoso, amaro, quasi indegno di chi aveva vinto sei volte.

Era il 2 luglio del 1928. L’Oca aveva deciso di vincere ad ogni costo, e ordinato ai fantini di mettere Picino in condizioni di trionfare. Cispa — quel medesimo Cispa che dieci anni prima aveva vinto da outsider — si trovò spogliato della sua libertà, costretto a fare da aiutante. Ostacolò Titino nella Torre mentre Randellone nella Civetta tratteneva Fiorello per le redini. E Picino se ne andò via indisturbato, senza gloria, ma con la sicurezza di chi sa che il gioco era già deciso.

Il ritorno in contrada fu un incubo. La Chiocciola aveva perso, e il marchese — quell’uomo che pochi anni prima lo aveva premiato con terre — lo schiaffeggiò davanti a tutti, consumato dal rancore, dalla sensazione di tradimento. I chiocciolini lo circondarono con giustizia negli occhi. Solo i brucaioli, quelli veri, lo salvarono dalle mani infuriate.

E poi la squalifica. Due palii. Fine della carriera. Così, quasi di nascosto, senza il tempo di dirsi addio.

Quando il figlio insegue il padre

Vieri — lo chiamavano Cittino — arrivò a montare a cavallo come un’eredità pesante su spalle ancora giovani. Figlio di Cispa, dunque. Non tanto per quello che avrebbe potuto fare di propria mano, ma per quello che lui non sarebbe mai riuscito a essere: un campione indiscutibile. Nel 1931, conquistò una vittoria bella e astuta sull’Aquila, quella che oggi ancora si racconta. Entrò in piazza di rincorsa, come aveva visto fare ad altri, e sorprese tutti.

Ma la carriera di Cittino fu sempre così: a singhiozzo, fra lunghe assenze, fra squalifiche e smontature brusche. Correva solo per Selva e Aquila, sempre sulle ali dei pochi che lo credevano ancora figlio della gloria del padre. Nel luglio del 1945, con una carriera già segnata, montò ancora una volta. Fu quella pressoché l’ultima volta. La memoria lo ricorda come un fantasma, quello del Nome antico che non riesce a essere più di quel che è.

Mario, l’ultimo dei Luschi

E poi c’era Mario — Ciaba, lo soprannominarono — che debuttò a quarant’anni, nel luglio del 1949, nel Drago. Un’unica apparizione opaca, ben lontana dalla gloria del babbo e dalla brevissima stagione del fratello. Come se il sangue dei Luschi, quello che aveva imperato nel Palio per quasi vent’anni, avesse finalmente deciso di riposare.

L’eredità che non tramonta

La parabola terrena di questa dinastia si conclude a Grosseto, sulla costa dove il mare incontra la piana: Ottorino il 4 settembre del 1970, Vieri il 3 marzo del 1974, Mario il 18 aprile del 2011. Tre tombe in una città diversa, come se i Luschi avessero dovuto tornare a casa, lontano dai clamori di piazza del Campo.

Ma il loro nome resta. Resta nei racconti dei vecchi che ancora siedono nei circoli contradaioli, resta nei documenti dell’archivio del Palio, resta nelle anime di chi capisce che il Palio non è solo una corsa, ma la condensazione di storie umane: ambizioni, gloria, tradimento, riscatto, tramonto.

Cispa aveva vinto sei volte. Aveva montato cavalli leggendari. Aveva stretto alleanze e rotto patti. Era stato baciato dal destino e poi gettato nella polvere, in una carriera costruita a tavolino che lo umiliò davanti alla contrada che lo aveva amato.

Eppure, quando dici “i Luschi”, qualcosa che vibra ancora.

Guarda la storia completa

Non basta leggere il racconto di una dinastia: ascolta le parole, guarda gli sguardi, senti il peso delle emozioni nel documentario completo di Ricordi di Palio dove Cispa, Cittino e Mario tornano in vita con tutti i loro segreti, le loro rivalità, i dettagli che solo chi vive il Palio può veramente comprendere.

Seguici su Ricordi di Palio per scoprire altre storie leggendarie del Palio di Siena, dei fantini che hanno scritto il mito, dei cavalli che ancora galoppiamo nei nostri ricordi.

Buona visione!

Fabrizio Gabrielli

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